di Emanuele Campiello

Sicilia, martedì 23 ottobre. Una giornata di piogge scroscianti alternate a momenti di sole cocente, passata fra le disordinate e rumorose strade di Palermo. Una giornata che però ci ha regalato un racconto più unico che raro, forse addirittura immeritato, perché così casuale e insperato.

Ci trovavamo a Brancaccio, nel punto esatto in cui padre Pino Puglisi fu freddato; doveva essere una breve sosta, invece abbiamo incrociato un testimone d’eccezione: Giuseppe De Pasquale, amico d’infanzia del primo martire di mafia, che si è offerto di narrarci di Pino così come lo aveva sempre conosciuto. Egli lo frequentava da quando aveva sei anni e lui dodici, ma già allora era un ragazzino maturo ed era sempre circondato da bambini più piccoli. Giuseppe, a posteriori, dice che manifestava già in quegli anni la sua vocazione. Tuttavia Giuseppe e Pino si erano ritrovati nel 1970 a vivere nello stesso condominio per caso. Infatti, diventato prete, Pino aveva coperto diverse parrocchie e aveva anche passato un lungo periodo dormendo nella chiesa di Godrano, dove faceva servizio. L’appartamento era dei genitori che, con il suo benestare, lo avevano lasciato al fratello Franco, ma poi, quando questi traslocò, i tre tornarono a vivere lì.

Pino lavorava sempre e non esisteva per lui una sfera privata. La sua casa era piena di libri e di visitatori, come i suoi studenti, allo stesso modo la sua linea telefonica in comune con Giuseppe era sempre occupata, perché, per la gioia del nostro testimone, confessava anche al telefono. Spesso era troppo impegnato anche per l’amico: un saluto fugace sulle scale e poi di nuovo ognuno al suo lavoro.

Lavoro… lavoro che a padre Pino costò la vita e questo il suo amico lo vide con i propri occhi. Non solo, perché il vile omicidio non fu che l’epilogo di una lunga serie di vessazioni. Molte furono le telefonate anonime, tra cui una arrivata per errore a Giuseppe, e le aggressioni fisiche. Tutto tollerato con estrema pace e non raccontato, né denunciato.

Puglisi sorrise anche ai suoi aguzzini. Sull’ambulanza i due amici erano assieme, nessuno avrebbe mai pensato, né si accorse del foro del proiettile. La ferita venne notata solo in ospedale, quando era troppo tardi. Quel giorno Pino Puglisi compiva cinquant’anni, nessuno poteva concepire una violenza tale contro un uomo così buono. Poteva essere solo un malore. Doveva essere solo un malore.