Pubblichiamo il racconto di Valentina Marano di 3^C ispirato alla tragedia del Vajont che ha ottenuto il primo premio Terzani 2018 nella sezione testi

 

8 ottobre 2013

Fa freddo. Il cielo è nuvoloso, ma qualche spicchio di sole riesce a passare oltre la coltre di nubi, senza però riuscire a dare al paesaggio l’aspetto allegro di una giornata soleggiata; la temperatura è mite, anche se qualche spiffero passa attraverso la mia giacca, ma penso che ciò sia dovuto soprattutto al tessuto liso da decenni di utilizzo. Nonostante ciò il freddo che sento dentro mi fa mancare il respiro mentre tocco quella pietra perfettamente bianca e vuota, non un nome, non una foto, solo una data: 9 ottobre 1963. Il cimitero monumentale delle vittime del Vajont ne contiene tante di lapidi così: riconoscere certi corpi fu impossibile dopo l’azione dilaniante dell’acqua assassina. Ho sempre pensato che fosse ingiusto che la vita delle persone fosse sminuita al solito trattino che si trova in mezzo alle date di nascita e di morte, mai avrei pensato che i miei genitori non avrebbero potuto avere neanche quella misera righetta.

Quando ero piccola abitavo nella cittadella di Longarone, in Veneto; quando accaddero i fatti che sto per narrare ero una normale ragazzina di quattordici anni che aveva appena iniziato la prima liceo, motivo di grande orgoglio per la mia famiglia di origini contadine.

Quell’autunno la mia amica Anna si era trasferita a Soffranco, dopo giorni e giorni riuscii a convincere mia madre a farmi passare qualche giorno da lei. Così la mattina del 7 ottobre alle ore 6:38 il papà mi accompagnò alla stazione dei treni; tirava molto vento e io mi ero dimenticata il giubbotto a casa, cercavo di non battere i denti per evitare di dovermi sorbire la ramanzina, invece non disse nulla: si tolse silenziosamente la giacca e me la appoggiò sulle spalle, poi mi abbracciò e mi salutò con quel tipico sguardo da “stai diventando grande” che noi ragazzi odiamo perché rende sempre melanconico il momento.

La mattina del 10 Anna mi svegliò in lacrime, mi disse di correre ad ascoltare la radio, mi disse che l’acqua era uscita dalla diga, mi disse che aveva spazzato via interi paesi, mi disse che Longarone…

Questa è la seconda volta che faccio ritorno al mio paese natale dopo gli accadimenti di quel 9 ottobre, la prima fu immediatamente dopo il disastro. Mi accompagnarono i genitori di Anna; non so cosa pensassi di trovare, in cuor mio speravo ancora che non fosse reale, che i giornalisti avessero avuto informazioni poco attendibili, ma nel profondo sapevo che non era così. In ogni caso nulla avrebbe potuto prepararmi a ciò che vidi, sembrava uno scenario dell’orrore: una sconfinata terra coperta da fango, macerie, masserizie, solo alcuni muri superstiti, risparmiati chissà come dalla violenta visitatrice, spiccavano nella loro altezza; le forze dell’ordine cercavano i cadaveri e i superstiti se ne stavano lì, in piedi, svuotati della loro essenza. Anche io mi sentivo svuotata, senza identità: prima ero figlia, studentessa, cittadina, ora miei genitori erano morti, la mia scuola distrutta, il mio paese non esisteva più… non ero più nulla. Allora mi sedetti e cominciai a piangere, piangere silenziosamente per non rompere quel sacro silenzio che regnava sovrano e mi abbandonai nell’abbraccio della giacca di mio padre.

Da allora non ho mai avuto il coraggio di tornare in questo luogo di dolore, fino ad oggi, vigilia dell’anniversario di quello sciagurato giorno. Sono venuta qui a riprendermi un pezzo di me, un pezzo che si è spezzato dopo quell’incidente. Incidente… incidente, incidente, incidente, incidente un corno! Lo sapevamo tutti che era un rischio, lo sapevamo tutti che la montagna sarebbe caduta, lo sapevamo tutti che la SADE avrebbe portato solo guai! Solo… nessuno di noi sapeva che sarebbe potuta andare così, ma quei signori che con i loro costosi completi venivano a controllare che le procedure venissero seguite, loro lo sapevano: il signor Mario Pancini, direttore dell’Ufficio lavori al cantiere, lui lo sapeva; Dino Tonini, capo dell’ufficio studi della Sade, lui lo sapeva; gli unici a non saperlo eravamo noi, chiusi nella nostra ignoranza e nella nostra cieca fiducia per gli ingegneri, uomini superbi che hanno sfidato nientemeno che la natura e per la loro arroganza siamo stati puniti: la terra, l’acqua, l’aria si sono ribellate e ci hanno mostrato sprezzanti la nostra impotenza. Gli angeli dall’alto ci guardano con disdegno per aver cercato di superare le colonne d’Ercole; neanche le montagne piangono più per noi: le abbiamo offese, non è rimasto nessuno che soffra per noi. Non è rimasto nessuno.

di Valentina Marano 3^C