di Sara Candussio

L’Unità d’Italia non è stato un processo semplice,  ha visto, dopo la conquista garibaldina, un difficile avvio. Il divario di ricchezza e sviluppo tra le aree settentrionali e meridionali causò una politica fiscale severa, destinata a sfociare nel brigantaggio dell’ “arretrato” Sud. Ma le cose andarono davvero così? Ce lo spiega con un incontro Andrea Aveta, un ragazzo di 5^E.

Giornale che tratta la questione meridionale in prima pagina

Quante volte si sente dire che esistono “due Italie”, divise culturalmente e politicamente? Basta cercare i risultati delle elezioni del 4 marzo per riconoscerle geograficamente senza difficoltà. L’Italia infatti ha queste due anime che, nel corso della storia del nostro Paese, dialogano o litigano.
È il caso di focalizzarsi sul primo momento di attrito di una neonata Italia, in cui prefetti imposti dal governo con sede a Torino scesero fino al Sud, trovandosi davanti persone con cui non erano in grado di comunicare. Questo perché nei territori napoletani e siciliani dal 1200 si parlava “napoletano”, mezzo di unità di quei territori fertili che formavano il regno delle Due Sicilie.

La casa regnante era quella dei Borbone. Se avete reminiscenze di un governo dispotico borbonico, dimenticatele. Ferdinando II di Borbone fu il primo re di un territorio a concedere una costituzione al popolo, poi imitato da tutti gli altri sovrani della penisola.

Il Meridione era competitivo con nazioni come Francia e Inghilterra sul versante del mercantilismo: per questo motivo gli inglesi fornirono un notevole aiuto ai patrioti italiani; il regno delle Due Sicilie era loro concorrente sul Mediterraneo ed essi avevano interessi nell’eliminarlo.
Di certo il latifondo era una delle maggiori fonti di ricchezza del regno, ma non di certo l’unica: era presente anche l’industria, maggiormente incentrata sulla pasta, sui coralli e sulla metalmeccanica. La prima industria navale italiana nacque al Sud.
Napoli era vista dagli europei come la Parigi italiana, estremamente ricca e fiorente sotto i Borbone, la prima città per numero di abitanti della penisola (500.000).
La burocrazia borbonica fu apprezzata persino dai liberali nordisti, che stavano pensando persino a prenderla come modello per la futura amministrazione italiana, optando infine per il paradigma napoleonico con la figura del prefetto.

I prefetti dunque arrivarono in un territorio in cui si parlava il napoletano, non l’italiano. Un popolo con un modo di vivere diverso, piegato dalle razzie dei garibaldini, che nel “liberare” i territori si erano dati al saccheggio.
Regge vennero private delle loro ricchezze, spedite al Nord. Una cosa che fa sorridere è la cronaca del furto di un bidet, definito un “oggetto di porcellana a forma di chitarra” da un settentrionale che non aveva mai visto niente del genere. Abbiamo importato i bidet.
I libri di storia raccontano di come Garibaldi fosse stato accolto a braccia aperte dalle popolazioni locali, quando scese la penisola con i Mille. Questo è vero solo in parte.
Al Sud, infatti, c’erano le due classi dei feudatari (e borghesi) e dei contadini, che possedevano un pezzo di terra da coltivare. Nel caso la loro proprietà non fosse stata sufficiente a sfamare le loro famiglie, essi potevano coltivare un terreno pubblico a disposizione dei bisognosi. Il conflitto nacque quando i grandi feudatari iniziarono ad appropriarsi del terreno pubblico, creando tensioni e malcontenti.
Garibaldi si fece strada facendo false promesse ad entrambe le fazioni, che lo riconobbero poi come un nemico comune da sconfiggere mediante il brigantaggio.
Più che brigantaggio, la lotta a Garibaldi fu per loro una vera e propria guerra civile, uno scontro contro un invasore che non riconoscevano e che si imponeva sul loro territorio, sfregiandolo pesantemente. Il rappresentante di uno Stato che “rubava” i giovani, a cui veniva imposta la leva obbligatoria (8 anni nel 1861), e che imponeva pesanti tributi per risanare il debito della nazione.

Furono territori violati più di una volta. Le casse del regno vennero svuotate dell’oro e il benessere svanì. Bronte è solo un caso di strage contro gli insorti: Pontelandolfo e Casalduni furono paesi distrutti poiché sedi di governi provvisori. Mentre il secondo al momento della devastazione era quasi deserto, a Pontelandolfo i garibaldini uccisero innocenti in nome di una nazione poco sentita dalle popolazioni locali.

“Il brigante tradito” di Horace Vernet

Il divario tra il Nord e il Sud, se vogliamo essere sinceri, è perciò colpa della politica postunitaria guidata dal Piemonte.
La Destra storica nell’arco di quindici anni riuscì nell’opera immensa di raggiungere il pareggio del bilancio (ovvero non avere debiti, ingenti nel momento dell’unificazione) a scapito però del Meridione, al quale vennero imposte tasse il triplo più pesanti che al Nord.
L’industria dell’ex regno delle Due Sicilie era localmente competitiva, ma con il principio del libero scambio promosso dal governo e l’investimento dei soldi soprattutto al Nord (si creò il triangolo commerciale Genova-Torino-Milano), le regioni meridionali italiane restarono un passo indietro, non solo economicamente.

In alternativa ad uno Stato che non tutelava le popolazioni, nel Sud Italia nacquero e fiorirono diverse mafie, con le quali gli stessi garibaldini strinsero accordi per tenere sotto controllo la popolazione.
Venne così a crearsi un controllo capillare da parte di queste organizzazioni che monopolizzano ancora oggi il Sud Italia.
Il presente che stiamo vivendo è fortemente condizionato da questi eventi politici, economici e sociali che spesso non si raccontano: la storia è sempre scritta dai vincitori.