di Lorenzo Della Savia e Marcello Rossi

Il candidato all’uninominale per la Camera del PD: “La grande coalizione è la strada, ma no a leghisti o grillini. Immigrazione? Sì all’accoglienza diffusa, ma va calibrata. Mi auguro non vengano eletti gli impresentabili. Un errore mettere la Boschi nel governo Gentiloni. Con D’Alema agli Esteri niente scissione”. E poi un invito a partecipare: “Altrimenti lasciate il campo a chi vuole approfittare della politica”.

Partiamo con la scuola: quali sono i piani per i giovani? Sentiamo spesso parlare, anche in televisione, di grandi azioni anche economiche rivolte appunto ai cittadini più giovani, ma le proposte concrete quali sono? “Io sono dell’avviso che sarebbe necessario ridurre le spese che riserviamo agli armamenti e mettere queste risorse al servizio della formazione, dell’istruzione e della cultura, cosa che hanno fatto più Paesi, come la Francia. Ciò è fondamentale perché se ci sono le risorse un Paese deve investire nella formazione seguendo le necessità che la società si ritrova, cioè di avere giovani preparati, non solo umanamente ma anche professionalmente. Questo è un principio base: che i futuri governi destinino una maggior parte del PIL alla formazione, in tutti i sensi. Inoltre io ritengo che gli insegnanti debbano essere pagati più di quanto non lo siano ora. Perché se noi abbiamo insegnanti più motivati – anche attra9 verso un sistema premiante che valorizzi e premi gli insegnanti più bravi come succede in tutte le aziende – è chiaro che voi vivrete in un mondo diverso. Poi bisogna ridurre la precarietà: voi lo vivete, un precario è diverso da un insegnante di ruolo. Il precario vive male la sua quotidianità perché ha meno certezze sul futuro e sulla famiglia. Il nostro programma prevede che vengano dati 80 euro in più al mese per le famiglie con figli fino ai diciotto anni. Se le famiglie che hanno figli riescono anche ad avere più risorse riescono ad essere più tranquille nel far studiare i figli e a dar loro gli strumenti per la formazione”.

Viene in mente il discorso che Liberi e Uguali ha fatto in favore di una drastica riduzione delle tasse universitarie… “Oggi come oggi l’università è aperta alle fasce più deboli e tiene conto di condizioni familiari più difficili. Dire ‘per tutti’ vuol dire aiutare anche i ricchi, ma i benefici devono esserci per chi ne ha bisogno. L’ISEE (Indicatore della Situazione Economica Equivalente, ndr) ha la funzione di far arrivare le risorse ai più deboli. Io sono per una ridistribuzione dei redditi verso il basso. Dobbiamo cercare di avere una scuola che metta tutti sullo stesso piano. Ognuno di noi ha diverse possibilità economiche e tutte le misure che si possono fare devono essere atte a livellare e sostenere chi ne ha più bisogno”.

Renzi, intervistato nei giorni scorsi ad “Agorà”, ha fatto sapere di trovarsi d’accordo con Berlusconi sulla necessità di ripetere il voto nel caso in cui il 4 marzo si dovesse concludere con un nulla di fatto. Lei che ne pensa? “Noi stiamo lavorando e facendo una campagna per diventare il primo partito. La legge elettorale attuale (il Rosatellum, ndr), che porta il nome del capogruppo del PD, era l’unica che potesse trovare numeri larghi in Parlamento perché le leggi non si devono fare con voti di fiducia ma con numeri importanti. Stando ai sondaggi non pare che questa legge sia destinata a far prevalere una parte politica sull’altra. Io sono dell’avviso che se non c’è una maggioranza è chiaro che tornare a votare con la stessa legge dopo due mesi porterebbe gli stessi risultati. Forse è meglio cercare un governo tecnico, o un governo appoggiato dai partiti che credono nell’Europa ed in un sistema economico, che non costruiscano barriere per immigrati o prodotti provenienti dall’estero – parlo dunque di forze politiche moderate -, che lavori per modificare la legge elettorale ed eventualmente tornare a votare”.

Se le dicessimo “larghe intese”? “Quando faccio questo discorso mi riferisco proprio a quelle. Oggigiorno ci sono i partiti che credono in un contesto europeo ed in quello che è un modo di fare riforme per far crescere l’economia, che porterebbe a risorse per la formazione, per la ricerca e le infrastrutture. Pertanto io non mi sento di andare con Salvini o con i 5 Stelle, anche alla luce di alcune situazioni xenofobe o razziste degli ultimi giorni. Se uno vuole fare una coalizione la fa con i partiti che credono in certi princìpi, che sono quelli dell’accoglienza. Poi sui migranti ci deve essere un nuovo modo di gestire e regolare il fenomeno, altrimenti si creano situazioni di difficoltà in cui certi partiti cavalcano la paura creando situazioni di disagio. La grande coalizione, in definitiva, è la strada da percorrere”.

È naturale pensare ad una coalizione con Forza Italia. Saltano allora alla mente le dichiarazioni di Berlusconi, che ha affermato di voler espellere 600.000 immigrati dall’Italia. “Vorrei sapere come intenda farlo. Spesso in campagna elettorale si fanno delle grandi boutade, ma va detto che l’azione di Minniti che ha contenuto gli sbarchi con degli accordi sta dando dei grandi risultati. I fatti di Macerata si potevano anche immaginare, accadono quando cresce uno stato di disagio e di paura che va oltre il limite. Bisogna anche calibrare. La Germania ha deciso un anno fa di prendersi un milione di

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turchi, e lo ha fatto perché ne ha bisogno. Noi siamo un Paese che demograficamente è in calo e, se in futuro vogliamo crescere, abbiamo bisogno di immigrati che facciano certi lavori. E non solo mansioni dequalificate, ci sono anche lavori più importanti. Ci sono aziende di immigrati che stanno crescendo, il che vuol dire che il processo di integrazione, che è graduale, sta dando i suoi effetti”.

I fatti di Macerata sono solo la punta dell’iceberg di una serie di eventi connessi all’immigrazione. La percezione generale, specie dove la concentrazione di migranti è maggiore, è quella di timore e soggezione da parte della gente. E poi gli scandali: a Gambara (Brescia) ci sono 100 abitanti e 113 richiedenti asilo, a Chioggia un migrante ogni cinque abitanti. I casi di chi lucra sull’accoglienza sono tanti e controversi: c’è chi stipa anche 300 migranti in strutture dalla capacità di 100 persone, ci sono alberghi dove i migranti vengono fatti dormire in tende poste all’interno di piscine svuotate. È stato sollevato un caso analogo anche a Lignano Sabbiadoro. Ci sono albergatori che non producono reddito ma che assorbono denaro pubblico dalle prefetture e le conseguenze ricadono sulla pelle di tutti: della gente e dei migranti. In tutto ciò, la sinistra che ha governato negli ultimi anni non ha nessuna responsabilità? “Io sono fondamentalmente per l’accoglienza diffusa. Nel caso di Gambara è stato fatto un errore madornale, perché deve esserci un rapporto tra popolazione, territorio e numero di migranti. Con i giusti rapporti è più facile che la gente accetti tutto ciò, se i migranti lasciano qualcosa alla comunità. Lo stesso Minniti parla di accoglienza diffusa. Le grandi concentrazioni normalmente portano al disagio, alla paura e anche alla criminalità, anche se in FVG la microcriminalità non è aumentata. Noi in Regione abbiamo 216 Comuni, di cui 110 ospitano circa 2200 migranti. Se anche gli altri Comuni facessero lo stesso il fenomeno sarebbe più gestibile e controllabile. La sinistra in Regione ha fatto degli investimenti per corsi di italiano, per l’acquisto dell’attrezzatura per i lavori socialmente utili, per la formazione e l’equipaggiamento di cui vengono forniti. Il problema è la concentrazione, che va diluita”.

Torniamo su discorsi più strettamente legati ad elezioni e liste. Gli impresentabili del centrosinistra sarebbero 30, quelli del centrodestra 41. In totale sono 71 e molti hanno probabilità di finire in Parlamento. Ci sono imputati – soprattutto in Calabria e Campania – per reati anche abbastanza gravi, come abuso d’ufficio, concussione o peculato. Soggetti impresentabili non rischiano di minare la credibilità delle liste? “Questi sono i fatti che allontanano la gente dalla politica. Avete colto nel segno, ed è un problema che io accetto. Io sono per un percorso politico che abbia una sua etica e coerenza. Ovviamente per ognuno c’è un elemento di garanzia prima che venga rinviato a giudizio: un sindaco che non prende un avviso di garanzia non è un sindaco. Se poi però ci sono elementi di colpevolezza che verranno accertati nelle sedi opportune è chiaro che mettere queste persone nelle liste crea dei problemi. Io mi auguro che i soggetti menzionati non vengano eletti. Io sono per una politica pulita, che guardi molto agli interessi dei cittadini e che spinga voi giovani a partecipare. Se non lo fate, lasciate il campo a chi vuole approfittarne. Si può incidere facendo sentire la propria voce”.

Le liste con le quali il Partito Democratico si presenta alle elezioni sembrano molto “renzianizzate”: sono stati esclusi i firmatari di un manifesto pubblico per il “No” al referendum del 4 dicembre, come Walter Tocci, Luigi Manconi, Massimo Mucchetti o Nicola Latorre, e per quest’ultimo si parla di un Minniti piuttosto irritato. Mucchetti ha dichiarato: “Oggi nel PD non ci si candida, si dà al segretario o alla corrente la disponibilità ad essere messi in lista e loro scelgono. Ma difficilmente troverete candidati che si sono espressi contro quell’appuntamento cruciale (il referendum, ndr)”. Latorre ha parlato così al Corriere della Sera: “Al netto di alcune scelte appare evidente che la logica della spartizione sia prevalsa. È stato quasi esclusivamente seguito il criterio della fedeltà, piuttosto che quello della competenza e della sensibilità dei candidati sui principali problemi del Paese”. A riprova di ciò, posti praticamente sicuri in parlamento andranno a vari sostenitori del “Sì”, come Franco Alfieri, Piero De Luca, Giusi Nicolini. Puntare così tanto su gente favorevole ad un referendum che poi si è concluso con un’ecatombe per quanto riguarda il “Sì” non è un rischio? E soprattutto: è veramente così democratico, questo partito? “Io, lo dico, ero per il “Sì”. Secondo me averlo bocciato è stato un errore di questo Paese: non era una riforma perfetta, però avrebbe dato un segnale molto forte riguardo alcuni cambiamenti che erano, e rimangono, necessari. E qui c’è un grande errore del nostro segretario Matteo Renzi, che ha personalizzato il referendum. È chiaro che da quella sconfitta dipende l’indebolimento del nostro segretario. Io sono dell’avviso che oggi Renzi dovrebbe mandare avanti Gentiloni, che dà maggior tranquillità alla gente: in questo governo lui sta raccogliendo i frutti delle scelte fatte prima, perché naturalmente i risultati delle scelte politiche che riguardano l’economia non arrivano subito, hanno bisogno di almeno due anni. Io penso che questo ci permetterebbe di avere una crescita nei consensi. Per quanto riguarda le liste, io stesso ero incerto della mia candidatura fino all’ultimo momento. Comunque possiamo vedere, nella composizione, una parte di esponenti del territorio, amministratori, sindaci, ed è il mio caso, e una componente legata alla visibilità, come possono essere Tommaso Cerno e Riccardo Illy. L’importante è riuscire a trovare il giusto equilibrio fra le due parti”.

Viene in mente la candidatura a Bolzano di Maria Elena Boschi: secondo lei porterà consensi al partito? “Io sono dell’avviso che Maria Elena Boschi non doveva far parte del governo Gentiloni. Il Ministro delle Riforme in carica durante la sconfitta del 4 dicembre, con il cambio di governo, avrebbe dovuto dimettersi, con responsabilità. La sua candidatura sta creando dei mal di pancia nell’elettore medio, che non guarda all’operato degli altri candidati meno famosi come posso essere io ma si chiede il perché della candidatura della Boschi. Perciò, parlando di consensi, certamente in un percorso elettorale difficile come questo non è la scelta corretta”.

Pensiamo anche al caso Etruria… “Il problema del sistema bancario italiano è che su 600 banche sono fallite le banche venete, Monte dei Paschi di Siena ed Etruria. Problema che abbiamo risolto, salvandole senza indebolire economicamente il Paese come ha fatto in passato l’Inghilterra. Naturalmente l’effetto che ha avuto il coinvolgimento del padre della Boschi è stato devastante. Io, lo ripeto, per una questione di responsabilità non avrei mai messo la Boschi nel governo Gentiloni”.

Questo è stato uno dei tanti problemi che ha portato alla scissione del partito e alla creazione di “Liberi e Uguali”. Qual è il suo parere? “Io penso che se Renzi, quando ha fatto il rottamatore, avesse, per esempio, messo D’Alema al posto della Mogherini agli Esteri, la scissione non ci sarebbe stata. Le sensibilità riguardo a molti temi che abbiamo sono uguali: spero si possa arrivare a delle coalizioni almeno per quel che riguarda il piano regionale”.

Se diventerà parlamentare, ha intenzione di proporre qualcosa di sua iniziativa? “Le iniziative politiche che si possono fare riguardano questa attenzione al trasferimento di risorse alla formazione e alla cultura, perché si è dimostrato che con la cultura si può mangiare: basti guardare cosa sta facendo il ministro Franceschini. Penso che la cultura possa diventare il motore anche per la crescita dell’economia: al giorno d’oggi la creazione di posti di lavoro dipende molto da questo. C’è la necessità di un bilancio pubblico che destini più risorse alla cultura”.

Ci sono delle notizie dello scorso mese di settembre che la vedevano abbastanza arrabbiato per dei cedimenti della cinta muraria di Palmanova: denunciò l’impossibilità ad accedere ai fondi del Ministero dei Beni Culturali. Nel caso in cui sia eletto è possibile si prenda un impegno in questo senso per la tutela dei centri abitati? “Io sono convinto che sia fondamentale regionalizzare le soprintendenze ai beni culturali: la sensibilità che può avere una soprintendenza, che è sul territorio e che ha una maggiore snellezza in quelle che sono le decisioni, può aiutare molto i percorsi di risoluzione dei problemi. Questo è uno dei problemi fondamentali che riguarda anche l’autonomia di questa regione: il Friuli ha bisogno di autonomia – come ce l’ha sulla sanità e sugli enti locali – anche sulla cultura, sull’energia e sulla scuola, non tanto sul programma ma quanto sulla gestione scolastica. A questo collego una cosa: uno dei problemi che dobbiamo affrontare è la sburocratizzazione del sistema. La burocrazia costa allo stato l’1% del PIL: attraverso gli strumenti informatici che ormai sono alla portata di tutti dobbiamo arrivare ad una società in cui si mette in rete la pubblica amministrazione”.

Nel luglio del 2015 è entrata in vigore la legge “Buona Scuola”: sono stati fatti vari sondaggi dall’Unione degli Studenti su grandi campioni di alunni che hanno denotato un’insoddisfazione generale dovuta, per esempio, ad attività di ASL svolte non inerenti al proprio piano di studi, o ai costi. Qual è il suo parere riguardo questa riforma? “Mi arrivano lamentele sulla Buona Scuola anche da parte di insegnanti su quello che è il sistema di valutazione. Chiaramente questa riforma ha avuto, fra gli altri, l’effetto di togliere dal precariato circa 100mila insegnanti. Io credo che l’ASL vada affinata in modo tale che lo studente che, per esempio, va a svolgere l’attività fuori sede non venga messo da parte: deve trovare il modo di rendere fruttuoso quel periodo”.