di Elia Pupil

 

L’immigrazione è un tema attuale e continuamente discusso.
Tale dibattito, svincolato dalle faziosità politiche e dai fragili giudizi moraleggianti, ci pone di fronte  ad una questione imperante: quali sono le cause del succitato fenomeno?
L’uomo è per definizione un essere errabondo: dal profilo storico a quello esistenziale, l’impossibilità di far risolvere l’essere col divenire e viceversa ha identificato l’essere umano come un continuo auto-formarsi, in una continua ricerca della propria completezza. Come il viandante dell’opera di Friederich guarda la fitta nebbia cercando di scorgere le figure in essa immerse, così l’uomo cerca nel suo cammino ciò che gli possa far comprendere la totalità della sua vita nelle intricate
ramificazioni delle proprie possibilità future.
È la ripetizione, il male di vivere cronicizzato e scisso dal proprio arbitrio, che fonda il proprio agire non più sulla libertà, ma sull’ eteronomia. In tal senso l’uomo non è più l’Ulisse dantesco per cui gli esseri umani non “furon per viver come bruti ma per seguir virtute e canoscenza”, bensì sono gli epigoni del “navigare è necessario, non è necessario vivere” dannunziano: il viaggio non è più libera scelta di scoprire e scoprirsi ma diventa il suo contrario, il quale non è rimanere stazionari in un luogo perché lo si vuole assorbire e farlo proprio, bensì è il dover viaggiare non più per impulso vitale profondo, ma per sussistenza, ovvero per il più subdolo dei domini.
Questa realtà precaria, questo regno delle necessità, si crede sia condizione naturale dell’agire umano senza definire una linea di demarcazione netta tra la necessità naturale, dovuta solitamente dalle forze sovrumane della natura, a volte madre, altre matrigna, e la necessità indotta, dovuta ai più bassi interessi dell’uomo, a politiche scriteriate che, in nome dell’utile e della convenienza, sacrificano l’altro.
Strappare un uomo dalle sue radici prima che esperisca tutto ciò che ha da esperire, andandosene di propria sponte, è come strappare un fuscello fresco dall’albero non aspettando che cada autonomamente poiché rinsecchito: è rappresentativa la storia del siciliano impazzito perchè, dai
vetri dell’automobile, non poteva vedere il campanile del suo paese da cui si allontanava forzatamente. Tale esempio, tipico della narrativa antropologica di De Martino, mostra bene la situazione di coloro che lasciano la propria terra poiché costretti dalla guerra, dalla povertà, dallo sfruttamento e da condizioni tali da non poter far sviluppare completamente l’individuo, in una prospettiva che accomuna sia gli emigrati che gli immigrati.
Quando affermiamo che “tutti siamo sulla stessa barca”, affermiamo la duplice realtà per cui siamo caratterizzati da una logica falsata per cui, se da una parte subiamo quotidianamente il flusso ed il riflusso degli effetti della necessità indotta, dall’altra, con la nostra indifferenza, imponiamo la nostra paternità a tale logica: siamo tutti colpevoli. Dal rifugiato che solca i mari per cercare una vita più dignitosa, al lavoratore italiano che si trasferisce nel Nord Europa, esiste un fil rouge che pone a condizione imprescindibile della propria esistenza la fine del nostos, questo inteso non solamente come ritorno alle radici, ma come ritorno a noi stessi nella nostra continua incompletezza naturale e casalinga: il ritorno a quell’essere errabondo ma libero di errare, costretto oramai a migrare per sopravvivere, triste imitatore di un Odisseo senza scopo se non l’errare per necessità.