di Vitalyii Horal
Felice colui che conosce il padre,
ma chi non lo conosce
vaga per i campi come un nemico.
Piangi a Dio, che la tua casa resterà straniera
e tutto è invano; eppure ancora chiami,
corri dalla mamma come un bambino,
chiedi: “Mamma, Papà dov’è?”
E lei risponde con un sorriso: “Arriva”,
“tu, solo, aspettalo col cuore”.
Ma dentro lei annega il dolore con le lacrime
e il cuore le batte fino a far male
al pensiero di restare sola in quella tempesta.
Non sa più se vivere o no,
ma guardando il suo bambino solare,
il cuore le sussurra: “Taci”,
ognuno pagherà il proprio debito.
E vedendo il piccolo che implora,
dirgli la verità non si permette,
Così gli mente, per non vedere
il dolore di quel bimbo che cerca il padre.
Lo stringe a sé dolcemente,
madre carissima, così vicina,
a quel piccolo che chiede di tutto.
Nasconde gli occhi, perché lui non veda la tristezza,
perché gli occhi sono lo specchio dell’anima;
anche se il corpo si fa pietra,
gli occhi brillano come le stelle
carichi del peso delle lacrime.
Sorride, la cara madre,
dicendosi: “Fai silenzio”.
Ma quanto è difficile sorridere,
quando nella solitudine svanisce la sua giovinezza.
Come i maggiolini che salutano gli uccelli,
così lei saluta i suoi anni che passano,
e geme, piange, ma tutto è invano.
Il corpo resta fermo, ma implorano gli occhi,
cercano una forza che è ormai in secca.
Mente il corpo, ma non gli occhi,
perché gli occhi non mentono mai.
E stringe forte quel bambino,
e prega Dio giorno e notte
perché gli dia la forza
di sconfiggere ogni male,
di attraversare ogni stagione,
perché non veda il maligno
e resti lontano da ogni sciagura.
Implorava, la povera madre, pregava
perché il Signore proteggesse quel bambino.
E i tratti lucenti che testimoniavano la gioventù
se ne sono andati, restano solo le lacrime
che ogni notte la soffocano amare,
affinché il figlio non veda l’angoscia
e resti lontano da quel destino.
.
Come l’erba nel campo, così cresce il figlio:
sopracciglia nere, occhi castani.
Lo chiama la vita cosacca,
la madre piange,
supplica il giovane di restare,
ma lui pensa solo a partire.
Andrà alla Sitch, a farsi cosacco,
perché con Bohdan e Ivan [1]
i fratelli hanno regnato,
ma ora sono rimasti mendicanti
vestiti di stracci.
Mentre i signori ballano col diavolo,
saltano sul dolore umano,
Saziatevi col vostro oro,
se al pane avete rinunciato!
Col vostro padrone, quel vostro zar,
bruciate all’inferno fino alla fine dei viventi!
“Basta piangere, madre, è giunta la mia ora!
Dal fuoco e dalle ceneri sorgerà la nostra Ucraina,
perché siamo liberi, più forti di ogni vivente.
Andrò nel campo,
oltre il monte, oltre l’estuario,
oltre il Don e oltre le rapide,
dietro il sole e oltre il Danubio”.
.
È rimasta sola, a veder partire l’orfano.
Il figlio era vicino a casa,
ora lei è rimasta sola.
Già la gente dai cortili seppellisce il ragazzo,
chiedono, gracchiano come gazze,
gioisce quasi questa peste umana
E lei continua a pregare,
supplica Dio chiede:
salute con tutte le forze.
E Lui non sentiva,
o forse non voleva sentire,
il Vecchio nei cieli.
Perché qui il bambino è come uno gnocco in una ciotola,
come una Chaika tormentata dai turchi.
E tuonano i cannoni, fischiano i venti,
cantano i nemici e sussurrano
gli incendi dei giovani ucraini,
che con i loro ciuffi lasciano gli anni verdi:
non più bambini, ma giovani cosacchi!
.
E il giovane cosacco resta in piedi,
più vivo di tutti i viventi.
Ha sepolto i fratelli tra i rovi selvaggi,
ed è rimasto lui a sopravvivere.
Stremato e lavato nel sangue,
ritorna, il cosacco.
Lo accompagnano gli sguardi.
La madre è caduta accanto al cavallo,
asciuga le lacrime,
vede il figlio fatto uomo, e lo copre,
perché la gente è canaglia,
nutre il male nel cuore,
Nutrono il male perché non conoscono il bene.
Lo ha abbracciato la madre:
ogni sventura dimenticherai.
Vede -lo ha portato il diavolo, o forse Dio –
anche il padre al cancello ad accoglierlo.
La canizie sotto il berretto,
gli occhi bassi,
la mano tesa per l’elemosina,
il dolore nell’anima.
Saluta il figliolo, e quello non sa
se gioire o sprofondare nel lutto.
Piange il padre, piange la madre.
Padre non sa come fare,
come abbracciare il figlio, come baciarlo,
lui che chiede l’elemosina,
una grazia per quel suo destino da vecchio mendicante.
E il figlio dice:
“Chiedi l’elemosina alla gente,
per me tu sei un estraneo.
Chiedi grazia alla madre,
ma anche lei ti rinnegherà.
Hai fatto vergognare Dio, ora resta solo.
Gli anni volano veloci, presto verrà l’ora,
nessuno si avvicinerà, nessuno guarderà,
nessuno pianterà il viburno.
Tutto sarà coperto d’erba e dimenticato.
Ma io non dimenticherò, e Dio non dimenticherà.
Va’ a pregare, con amarezza e fervore,
ma fino ad allora, io non conosco padre”.
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