di Camilla Zanini

È inverno. E in un martedì quasi da dimenticare all’incrocio di un mercoledì senza tante aspettative, cammino per casa.
Tengo in mano un bicchiere pieno d’acqua e ai piedi una ciabatta, l’altra s’è persa da qualche parte. Ho sete. Poco sonno.

Osservo il mio mappamondo.
Lo faccio girare e gli punto il dito contro. llha do Sal. Osservo il mio mappamondo. lo faccio girare e gli punto il dito contro. Oceano Atlantico. Lo faccio girare. Lo faccio girare. Lo faccio girare. Gli punto il dito contro. Londra. E scruto l’orizzonte attraverso la finestra, convinta che il limite del mio campo visivo sia solo il limite del mio campo visivo. Dicembre da queste parti ti rovescia in faccia tutto il suo gelo, al punto che tiepide mi arrivano le note dalle corde scordate d’un violino laggiù. L’uomo è vecchio, porta addosso dei panni scoloriti di lana grossa, è mezzo italo e mezzo altro, e sta contro un muro con due occhi spenti da non ricordare nulla. O non capire nulla, più semplicemente. Suona un Patrick Wolf rivisitato. E in mezzo a quelle note penso a chi non c’è ancora. Ma quella laggiù è una musica inesistente che inizia a riempire le strade. Una musica leggera fatta di pioggia che si è accorta di essere leggera ed è diventata nebbia. E io amo la nebbia. Perché, nel mio campo visivo, in due metri ci sono solo io…e ogni passo verso l’orizzonte sposta il bordo.
Già…Quando cala la fitta nebbia ho il solito vizio di sbirciare dalla finestra, drogarmi dell’atmosfera ovattata, una pausa senza fine, ipnotizzata anche dalla flebile luce rossiccia e a mezz’aria che invisibili lampioni tentano di espirare e respirare, e spirare. E respirare dalle loro bocche elettriche tremolanti. Luce che pulsa nel colore della nebbia.
Tengo in mano un bicchiere vuoto, adesso.



SÀLVATI
di Camilla Zanini

Certe volte non fai caso al presente?
Non è così?
Torni a casa delusa perché specchiandoti in una vetrina, riconosci la tristezza nel riflesso del tuo viso.
Mentre cucini e giri la polenta, sempre nel senso sbagliato, fissi le lancette dell’orologio come per immobilizzarle.
Ma quale tristezza hai visto attraverso il vetro?
Forse di quelle nostalgiche, di quelle senza fondo?
Ti sei solo assuefatta.
Il passato è morto.
E il futuro non c’è ancora.
Non ti rendi conto che sei colpevole del tuo stato che non fa che peggiorare la tua sofferenza?
Ti definisci infelice,
ma la tristezza non è un lato di te.
Sei convinta di esserlo sempre
e  così facendo ti autocondanni alla prigionia.
La tristezza diventa malattia ma la vera cura è dimenticarsene.
La stai solo invitando ad attraversarti.
E lei non potrà fare altro che accettare.
Il domani che immagini meraviglioso e distante, può essere il tuo oggi reale,
se cambi sguardo,
se solo ci credi.
E tu credi in te stessa.
Te lo leggo negli occhi.
La rinascita detesta i ricordi,
perché non è questo il compito della maturità.

A CHI SI CHIUDE NEL SILENZIO
di Federica Del Monte

A chi si chiude nel silenzio,
ma ama più di prima.
A chi soffre da solo
e tiene il dolore
stretto dentro sé
per non mostrarlo a nessuno.
A chi non ha la voglia di reagire,
ma scalerebbe la montagna
più alta della terra
per raggiungere il suo sogno.
A chi scende una lacrima,
mentre ascolta le note più dolci
ripensando ai momenti passati.
Agli uomini chiusi in un’auto,
che vorrebbero gridare forte
al mondo le loro emozioni,
ma non hanno il coraggio.
Agli amori che si sono persi
e attendono che l’universo
disegni il loro destino.
Non restate a guardare
la vita che passa.
La vita non aspetta,
nemmeno l’amore.
I desideri hanno bisogno di volontà
per essere esauditi.
Gli amori hanno bisogno
di un cuore che batte forte
per vivere nel tempo.
E la felicità si sa,
ti vola addosso
nell’attimo in cui la cogli.