di Melissa Baiutti
C’è un uomo che vive con il viso rivolto in basso; lo sguardo incollato all’asfalto sembra scrutare tutte le piastrelle su cui cammina, quasi ad osservare con attenzione le formiche che rintanano nelle strette crepe del cemento. Si perde i rossi tramonti autunnali per guardare tra i lacci delle scarpe. Forse ha il torcicollo o forse teme che si apra una profonda voragine sotto i suoi piedi che lo faccia cadere fino al centro bollente della terra.
Chi lo guarda con occhio attento, però, può notare che l’uomo è affascinato dalle pennellate grigiastre che tutto ciò che esiste al mondo si porta dietro. Quelle chiazze che giocano a nascondino col sole e cercano riparo dietro le case, o al nord, lontano dai lampioni e dalle torce; quelle macchie che amano stare sotto le suole ma che per qualche motivo non lasciano mai le impronte sulla strada per più di un passo. L’uomo le studia con ammirazione in tutte le loro sfumature e indaga come diventano affusolate in base alla posizione della luce. Segue con cautela le ombre delle ballerine sul palco a teatro, dalle gallerie, col binocolo in una mano e la cinepresa nell’altra. Cerca di scovare l’errore delle tenebre, di vedere dei movimenti non corrisposti, delle punte non tese, delle scarpette che si slacciano e un’ombra che si piega a riallacciarle, mentre la ragazza in tutù continua nella la sua danza. Cerca di cogliere l’autonomia di quelle figure mutevoli, dei passi improvvisati, una ribellione verso le due dimensioni, un nuovo slancio verso la profondità. Sono così perfette nella loro fugacità, nella loro assenza di luce che diventa presenza di mistero,che l’uomo ne è ossessionato e coglie l’essenza della propria vita dagli strascichi grigi degli altri. La sua casa è colma di riviste scientifiche sulle tenebre, di cassette che riprendono i movimenti di quei frammenti d’oscurità e di poster tutorial sulle ombre cinesi. L’uomo di cristallo è folgorato da ciò che non ha; questo lo assilla, perché non può semplicemente avere un’ombra come gli altri? Perché non può provare la sensazione di essere uno tra tanti, di perdersi nella folla, di perdere se stesso, di essere uno qualsiasi?
Così l’uomo decide di vestirsi con abiti lunghi, cappelli e guanti, nasconde la sua pelle splendida per avere la soddisfazione di guardarsi alle spalle e ammirare ciò che per gli altri è scontato. Ma al primo passo i pantaloni gli scivolano fino alle caviglie e i guanti gli volano via; il cristallo non attacca sulla seta né sui jeans. Sconsolato, l’uomo si reinventa. Decide di aspettare il calare del sole per uscire a caccia di tenebre. Corre nei vicoli bui con una rete da farfalle, strillando felice, soffia bolle di sapone lontano dalla luna e con cautela porta le tenebre dentro casa. Lì, a luci sempre spente, dotato di forbici, metro e ago, inizia a cucire tra loro quegli scampoli di buio, cercando di replicare a memoria la propria sagoma. Un lavoro impegnativo, per nulla semplice, che richiede meticolosa attenzione. Basterebbe un minimo errore per bucarsi il polpastrello, infuriarsi e mollare la presa sul misterioso tessuto che andrebbe sicuramente perduto. Riesce a portare a termine il lavoro qualche minuto prima dell’alba e, con una nuova ombra cucita dietro i talloni, esce di casa felice, felicissimo di essere uno come tanti. Cammina per le strade, saltellando con uno straccio di ombra menzognera dietro di sé. Non è perfetta come quelle degli altri; l’aveva fatta un pochino sproporzionata e con solo quattro dita di una mano, nulla di irrimediabile ovviamente: un’accetta sarebbe stata sufficiente per far fronte al problema. Girò la città fino a tardi, con gli occhi appiccicati a terra, aspettando il tramonto per correre sotto le luci dei lampioni, in compagnia della sua nuova fedele amica. L’uomo corre, corre, corre più veloce che può, sentendosi addosso il fruscio impossibile dell’ombra sulla strada, che da piccola diventa enorme, scompare e ricomincia. Perso sul fiato, si incammina verso casa e si imbatte casualmente nel vicolo da dove aveva acchiappato le tenebre la sera precedente. Ora lì, privati della loro oscurità, rimangono dei buchi di luce. Prima ancora che potesse darsi una spiegazione, l’uomo inizia a piangere. È un ladro, ha rubato ciò che non gli spettava a chi aveva l’ombra di diritto. Con non poco amaro in bocca, l’uomo di cristallo si scioglie le cuciture dei talloni e strappa l’ombra tanto desiderata per posizionare ogni pezzetto al posto giusto, per restituire il buio alla parte di mondo che voleva riposare.
L’uomo di cristallo, destinato a vivere senza ombra, calcia tutti i sassi che trova sulla strada di casa e entra sbattendo la porta. Strappa tutti i poster sulle ombre cinesi, urla, preso dalla disperazione getta le videocassette in un sacco e esce a buttarle. Dalla foga, non si accorge di aver accidentalmente fatto cadere una candela sulle riviste sparse a terra. Cammina nel vialetto, imbronciato, maledicendo con lo sguardo le sottili ombre dei fili d’erba, mentre inizia ad albeggiare. L’uomo vuole tornare a casa, rifugiarsi lontano da tutti e essere diverso ma solo, giudicato esclusivamente da se stesso. Invece un caldo abbraccio lo avvolge, i fili grigi sul vialetto scompaiono, l’uomo alza lo sguardo e dietro alla dimora in fiamme, vede per la prima volta l’alba. Stupito, confuso, rimane incollato a fissare quello spettacolo. Il cielo si tinge di colori mai visti, più vivaci di tutte le tonalità di grigio unite insieme, colori mutevoli che sembrano rincorrersi nel cielo addormentato; il suo cuore si riscalda. L’uomo di cristallo versa una lacrima per il tempo perduto a seguire le tenebre. Si è sempre concentrato sulle cose sbagliate e ora, col sole crescente davanti a sé, si ripete che cambierà, che il buio è insulso rispetto alla grandezza della luce e che senza di essa la sua prima ossessione non sarebbe mai esistita. Ora l’uomo guarda il sole, il cielo, i fuochi d’artificio, le stelle; non si perde né un’alba, né un tramonto, né tutte le posizioni che il sole assume durante il giorno, e la luna che di notte lo insegue. Sta sempre col mento in sù invece di fissare le ombre delle cartacce che volano sulle e strade. L’uomo di cristallo pensa di essere cambiato, ma quando va a teatro, guarda le luci dei riflettori e non le ballerine.
Illuso di aver trovato la redenzione nella luce, l’uomo si ritrova intrappolato in una nuova gabbia, dorata questa volta, ma pur sempre una prigione. L’ossessione è mutata di forma ma non di sostanza, ha sostituito le ombre con i loro artefici, le tenebre con le fonti che le generano, ma il suo sguardo rimane fisso su oggetti irraggiungibili e eterne chimere. Il suo cuore, un tempo attratto dal mistero del buio, ora palpita per la meccanica della luce, per i fasci che tagliano l’aria, per i riflessi che danzano sulle superfici e si trova condannato a inseguire fantasmi che apparentemente si ammantano di bellezza. Il problema non è ciò che insegue, ma il suo stesso atto di inseguire, è un’anima affamata che cerca nutrimento in ciò che non può saziarla, un assetato che cerca refrigerio in un miraggio. La sua ricerca è destinata a fallire, ancora e ancora.
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