di Pierluigi Maranzana
Lunedì 7 aprile
Il caldo in aula magna mi soffoca, il momento tanto atteso sta per arrivare. I cinque rintocchi di orologio mi risvegliano dal torpore in cui stavo cadendo, ho un solo pensiero in mente: i biglietti. Cavolo i biglietti. Apro, in affanno, Ticketone, niente tutto bloccato. Cavolo, cavolo, cavolo. Vibra il telefono, “non siamo riusciti a trovarli, scusami”.
Domenica 30 marzo
Salgo sul ciao e saluto un palazzo in festa. Ormai il sogno è vicino. Torno a casa correndo all’impazzata, talmente gioioso da rischiare due o tre incidenti. Papà è lì, in terrazza che mi guarda arrivare. “Salutate la capolista!” urlo entrando dal cancello. Parcheggio velocissimo il motorino in garage; salgo le scale: “Papà, finalmente ho un sogno: vedere con te l’Apu che sale in serie A” gli dico abbracciandolo. “Calmo Pierlu…mancano ancora tante partite” mi risponde stringendomi. La sera, invece che ai campi elettrici, penso a tutte le stagioni passate, agli abbonamenti fatti assieme, ai campioni (e ai bidoni) che hanno varcato il parquet del Carnera, a tutte le vittorie conquistate risultate poi inutili: “Sarà per l’anno prossimo” quante volte avrò sentito quella frase. Ma “l’anno prossimo” era finalmente arrivato, mancava poco.
Lunedì 7 aprile
“Dai Pierlu non preoccuparti…nessuno ha trovato i biglietti. Su la vedrò fuori ed entrerò alla fine, dai ci vediamo dopo, 20 minuti e parto. Baci”
Sono sempre lì, in quel letto culla di sogni. Gli stessi momenti, che per settimane hanno corso per la mia mente riempiendomi di gioia, sono ora come un coltello che, trafiggendomi il petto, mi blocca il respiro. “Vuoi che l’unica volta che papà non ha fatto l’abbonamento, saliamo in A?” la fortuna non è di casa.
Apro il taccuino e il mio abbonamento, oggetto del desiderio di migliaia di udinesi, ghigna beffardo. “Che senso ha andare se sono da solo?” il pensiero mi assale, non riesco a dormire.
Domenica 13 aprile ore 16.45
“Dai Pierlu sbrigati che dobbiamo andare” urla la mamma.Metto su la sciarpa e la maglia. Controllo di avere tutto: chiavi, telefono…abbonamento.
“Noi ora andiamo dalla zia, poi mi fermo a vedere la partita da fuori, sul maxischermo” mi dice il Papà.
Scendo dalla macchina, non sono mai arrivato così presto allo stadio. Il palazzo è già pieno, i giocatori già sul parquet a scaldarsi. Quante speranze ho visto infrangersi su quel vetro, fermarsi su quel cerchio di metallo che sovrasta la retina. Ma ora è diverso: non siamo mai stati così vicini all’impresa.
Ore 17.50
Mi metto in curva, a stento trovo un posto. Non sono pronto: le gambe tremano.
Vedo un volto conosciuto, mi metto a fianco a lui.
Ore 18.00
L’arbitro fischia, si inizia
<Sei fuori?> scrivo a Papà
<Si>
Fine primo quarto
Sofferenza pura, sotto canestro non riusciamo a prendere un rimbalzo, qualche tripla fortunosa ci riesce comunque a dare il vantaggio: 23-22.
<Papà, la vedo durissima>
<Ehhh cosa pensavi….bisogna sempre sudarsele le cose belle>
Intervallo
Avanti di un punto loro, con un canestro incredibile sulla sirena.
Come di routine salgo da Giovanni per analizzare la partita durante la pausa. “Qua fa troppo caldo” mi dice “usciamo”. Dall’alto dei piloni scorgiamo le decine di persone accalcate davanti al maxischermo che guardano la partita. Me ne aspettavo di più. In prima fila scorgo un piumino giallo. Mi sbraccio e papà mi vede, mi saluta. Quanto vorrei che quel giubbotto fosse per terra, vicino ai miei piedi.
“Sì, se continuiamo così sotto canestro la serie A la vediamo fra quarant’anni” mi dice Giovanni
“Sì hai ragione…” gli rispondo, interessato solo a quel giubotto giallo in mezzo a quella folla.
Ogni minuto che passa l’ansia sale e la voce mi si rompe in gola. Le urla, gli insulti, i cori con cui condisco le partite si fermano prima delle corde vocali facendo uscire solo sospiri in mezzo ad una folla che non smette di cantare. Il caldo non mi affligge più, mi sento come in una bolla: fermo immobile incapace di fare nulla.
Manca un minuto. Gli schemi sono saltati tutti, siamo sopra di due dopo due quarti di cambi di vantaggio continui. Un’altra azione in cui non siamo riusciti ad arrivare a canestro. Circa 50 secondi alla fine, 3 alla fine dell’azione. Matteo da Ros, tira una preghiera che entra: esplode lo stadio e, con lui, anche la bolla di ansia, gioia, rabbia, tristezza che mi riveste. Il Carnera è incontenibile. Forte difesa e canestro del capitano a siglare la vittoria.
95-86 è finita: siamo in serie A!
Nell’estasi collettiva mi giro verso l’ingresso superiore, e finalmente lo vedo: un piumino giallo varca la soglia dello stadio. Mi fiondo su per le scale e salto al collo del papà. “Siamo in serie A!” urliamo all’unisono.
A rileggerci (in serie A1)
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