di Lucia Colledani

Corro senza fermarmi, ho il fiatone, intorno a me è tutto buio.
Buio, corro, paura, vado a sbattere contro qualcosa, buio.
Silenzio, intorno a me c’è silenzio.
Corro, buio, paura, silenzio, un grido.
Un urlo femminile squarcia la pace, continuo a correre, cado, inciampo.
Un urlo, di nuovo.
Corro più veloce, non vedo niente, c’è buio e il silenzio è rotto solo dal mio fiatone e dall’occasionale grido.
Mi imbatto in una porta, la apro, entro in una stanza.
Buio, sono ferma, cerco di parlare nonostante io abbia il cuore in gola.
“C’è qualcuno?” l’unica risposta: l’eco della mia voce, la stanza è vuota.
Cammino, non c’è più silenzio, ma continui bisbigli indistinguibili.
Ci sono più voci confusionarie, ma non capisco quello che dicono.
Buio, voci, cammino, sbatto.
La stanza non è vuota come pensavo.
C’è un mobile. Forse una cassettiera.
Trovo un pomello, forse di un cassetto. Lo apro.
Urla, luce.
Dal cassetto proviene una luce accecante e con la sua apertura alcune voci si sono intensificate.
Ora comprendo quello che dicono.
Fallimento, paura, solitudine, inutile.
Impaurita chiudo il cassetto.
Buio, silenzio, sono confusa.
Apro un altro cassetto.
Luce fastidiosa, altre urla, parole diverse stavolta.
Strana, diversa, sbagliata, fuori posto.
Lo chiudo di colpo e ne apro un altro.
Ancora la luce che mi fa male agli occhi e risate di scherno, solo questo.
Lo lascio aperto e approfitto della luce per guardarmi intorno, la stanza è impolverata, ma vuota, ad eccezione della cassettiera che sto aprendo.
Chiudo il cassetto e ne apro un’altro e allora finalmente capisco.
Capisco da chi scappavo, di chi fossero le urla e che cos’è la stanza in cui sono.
Scappavo dalle mie paure, le urla erano mie e la stanza è solo la parte più buia e nascosta della mia testa.
I cassetti sono pieni delle mie paure, delle parole che mi rivolgo quotidianamente.
Respiro, mi fermo, non scappo più.
D’istinto apro un piccolo cassetto che si trova in basso e che prima non avevo notato.
Una luce fioca, tre parole sussurrate da una voce diversa, non la mia.
Eppure, mentre si ripetono di continuo, sovrastano tutte le altre.
Tu sei abbastanza.
Tu sei abbastanza.
Tu, abbastanza.
Chiudo gli occhi, respiro, sono in camera mia, è mattina.
Per oggi è finita, anche oggi sono riuscita a scappare dal labirinto che è la mia testa.