Di Horal Vitaliiy

Questa storia, purtroppo, non è una finzione e maledetto sia lo straniero che dipinse con il sangue i candidi villaggi ucraini.
Il mio bisnonno Simone e la mia bisnonna Anna erano persone modeste e lavoravano dalla
mattina alla sera. Quando l’Armata Rossa entrò a Leopoli, cominciarono ad abbattere le croci dalle chiese, diffondere la propaganda per poter cancellare la religione dall’interno dello stato. Leopoli fu soffocata, una città che una volta urlava in ucraino, adesso tace in russo. E dove sono quei magni nomi che per l’Ucraina rinunciarono anche alla vita? Bandera, Petlura, Simonenko, dove siete? Soggiogati come quel modesto popolo ucraino, nati liberi, ma costretti a morire da schiavi.  Per prima cosa le Forze Rosse cominciarono le pulizie culturali. Nel 1941 si cominciò con i professori (massacro dei professori a Leopoli), nel 1944-1946 ci fu la grande deportazione in Siberia (più di 30 mila persone tra cui nobili, poeti, letterati), nel 1946 fu proibito il rito greco-cattolico. Le croci, che una volta sorgevano sulle cime delle chiese, ora giacciono sulla terra. La religione è proibita! Eppure, se la tensione era forte, le persone non mollavano. Se si chiudevano le chiese, si aprivano le cantine dove di nascosto si recitavano le messe. Se si bruciavano le icone, se ne dipingevano altre. E ogni sera sussurravano il “Padre nostro” così silenziosamente, ma allo stesso tempo così
chiassosamente, che persino Dio poteva sentirlo. I padri sotterrarono le immagini dei santi,
sperando di poterle tramandare ai figli.

Simone e Anna vennero invitati al battesimo di un bambino, quando all’improvviso entrarono le forze dell’ordine. Era un agguato. Avevano dei visi, come se fossero saliti dall’inferno: visi pallidi, occhi spenti, vestiti neri macchiati di sangue. Il loro odore era quello del fango e della vergogna, e rispecchia la loro provenienza. Tutti i presenti alla cerimonia vennero arrestati: donne, uomini e bambini. Vennero portati con una fila di carrozze, come i vecchi Chumaki*, che partivano dalla città natale verso l’altrove sconosciuto. Non dubitavano, conoscevano già il
loro misero destino. Arrivando alla stazione ferroviaria inconsciamente salutavano la strada a serpentini di smeraldo dei Carpazi, gli sconfinati campi di grano color oro, le sponde curve, color ultra marino, del fiume Dnister. Vennero caricati nei vagoni merci, come le alici in scatola, attendendo il loro destino. Rimanevano appoggiati alle pareti metalliche, fredde come il loro meta, cercando il caldo dalle persone accanto. E la peggiore cosa era il silenzio, che logorava la mente. Non parlava nessuno. E gli occhi? Gli occhi parlavano per sé: umidi dalle lacrime, non riuscivano a guardare in alto, perché per loro il cielo era crollato, Dio era morto. Il giorno cambia in notte, ma non cambiava mai la loro inquietudine. I paesaggi sembravano sempre gli stessi: il fango verde e la sporca neve, il grigio era dappertutto come se gli occhi non permettessero di vedere alcun sorso di luce. Dividendo qualche mollica di pane in 12 giorni giunsero in Siberia. Il luogo dove nemmeno un cane abbaia, solo l’inverno sussurra con il vento boreale facendo arrossire la pelle.

Il treno comincia a fermarsi, si scorge il traguardo, la stazione. Come i funghi appaiono le teste degli uomini in divisa. Entrambi Portati in una baracca, che dividono con un’altra famiglia, condividendo un unico desiderio: tornare a casa. Il freddo era insopportabile. I vestiti non proteggevano dal freddo, ma coprivano solamente la pelle usurata. A causa dei corpi spenti l’Epidemia sottomise quelli ancora in piedi. A causa della malnutrizione Anna perse la vista, 

* Chumaky: sono coloro che trasportavano il sale dal mar Nero fino al Kiyiv. Partivano dalla città natale con dei carri verso un altrove sconosciuto.

liberandosi dalle immagini dell’orrore circostante, il primogenito morì non dovendo conoscere la fatica degli uomini liberi resi schiavi. E per quanto duro fosse il vento, e per quanto pesante fosse il lavoro, gli occhi del bambino perduto, il suo pianto e l’incapacità di far qualcosa penetrava il cuore più dolorosamente di ogni arma. Arrivando alla baracca il bisnonno non poteva né piangere dal dolore né gridare dall’affaticamento, ma il suo cuore gridava più fortemente di ogni cosa, più fortemente di uno sparo o di una bomba lanciata. Guardava il cielo insieme alla bisnonna, ma esso non rispondeva. Era coperto dalle nuvole, come le loro strade coperte dalle erbacce, ma sapevano che un giorno sarebbero stati salvati. Nacque la secondogenita, visse nel freddo e percepì la crudeltà del mondo sin da bambina. Dopo qualche anno dalla sua nascita erano finalmente liberi. 15 anni di torture, sofferenze, dolori e rimpianti erano finiti. Il viaggio di ritorno sembrava meno teso. L’udito colse il canto degli uccelli, mentre il viso, finalmente, potè cogliere alcuni fiori selvaggi. Leopoli li accolse con quel tipico colore ambra delle case che gli era mancato, il sole, oh Dio, quanto era bello il sole. Andando a casa si meravigliavano delle foreste, dei campi di colore verde, che sembrava vivo, che sembrava poter respirare. E l’aria, quanto è pulita, quanto era fresca che sembrava inebriante.
Ai miei carissimi sette lettori, liberatevi dal giogo di quegli stranieri, che feriscono i terreni con gli aliti maligni. Liberatevi, fratelli! Prendete le forche e le spade, unitevi come i versi dell’inno. Perché il pianto non ha salvato alcun saldato, ma lamine ardenti hanno liberato tanti castelli. Perché possono prendere uno, ma non tutti noi! E piange la madre, ma il padre sospira. Libertà al caro paese, cara Ucraina!