di Daniele Comisso

Io miser mortale ebbi i grandi onori
di conoscere la gioia più pura
che la mia vita con i suoi furori

poté mai offrire: in tale misura
quando ti penso una dolce e gentile
primavera col suo amore cura

il fragile cuore dall’infantile
inverno dell’ignoranza ümana,
la mente sconfina l’impossibile,

la Terra mi lascia così lontana,
e la navicella del mio ingegno,
guidata dalla fresca Tramontana,

segue la strada dell’Etterno Segno
e giunge nell’isola dei beati
angelici, or tuo immenso regno.

Ma perché, se ci siamo tanto amati,
tu volesti che io ti dimenticassi
per mai riviver i tempi passati ?

Vorrei solamente che ti girassi
a guardar il cuor in mille frantumi;
vorrei che nel buio mal mi abbracciassi

per sentire la rosa e suoi profumi,
per mirar ancora le verdi gemme
nascoste nei luminosi barlumi

dei tuoi bei begl’occhi. Mai per altre femme
le lagrime versate furon prime
a soffocare quest’ardenti fiamme

e non saranno le curate rime,
le sudate carte e i dafnei allori
a rendere tale ämor sublime.