di Vittorio Romano
Oh anima inquieta, so che cerchi di soffocare la rabbia, di puntare al vuoto, nascondendo tutto dietro il ghigno truce di una bestia feroce, a sua volta celato da mille altre maschere. Combatti l’insonnia con i sogni, l’inerzia con l’ideale, fai sgorgare dalla penna flussi di coscienza senza fine, per bearti della pura illusione di poter spiegare al mondo ciò che tu stesso non potrai mai spiegarti, sotto forma di folli scarabocchi disordinati e segni su fogli di carta stropicciati, che diventano l’estensione di te stesso; e poi quei fogli rimangono lì, scrutati dallo sguardo di chi sa tutto ciò che ci sta dietro e che non vuole ammetterlo a sé stesso.
Ed è così che anneghi i pensieri, come penne d’oca nel calamaio, speri vadano a fondo come cadaveri sui fondi dei laghi, vorresti rimanessero celati come indizi inseriti di sbieco in lettere anonime. Cerchi di tagliare di netto ciò che li lega alla tua testa, come fossero radici di un albero, ma lo sai che non è quella la soluzione.
Certo, annegare pensieri è un fallimento, ma non ti rende debole. In fondo, anche gli eroi muoiono: muore Gilgamesh, accortosi della sua vita mortale; muore Achille, colpito da una freccia indirizzata da Apollo in persona; muore Giovanna d’Arco, bruciata viva mentre lottava per un ideale; muore Joel, ucciso per vendetta dopo essere stato fregato in modo banale. In fondo se persino loro muoiono, chi sei tu per essere sempre sereno, chi sei tu per non dover mai annegare pensieri?
Oh anima inquieta, ho compreso il tuo dolore.
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