di Stama Elisa

Di fronte allo schermo della televisione, scrollando sui social media, ascoltando la radio; in un’era di totale esposizione alla dinamicità e rapidità dell’informazione, dove le notizie spesso vengono subite e non cercate attivamente, è molto semplice trovarsi davanti grandi quantità di novità, vere o false che siano. Basta una ricerca sul web per venire sommersi dalle situazioni politiche, economiche e sociali non solo italiane, ma di tutto il mondo. Il 2025 e l’inizio del 2026 hanno portato dinamiche molto frammentate e conflittuali, tanto da rendere difficile anche solo elencarle tutte. Decine e decine, anzi centinaia di conflitti sono ancora in corso, tra cui quelli con più rilevanza mediatica come il conflitto tra Russia e Ucraina, Israele e Palestina, ma anche in Myanmar, Pakistan, e Afghanistan. Sotto la luce dei media sono emerse anche molte tensioni: le proteste e gli scontri violenti in Iran, la catastrofe umanitaria in Sudan, la crisi di governo in Francia e le tantissime proteste in piazza in tutto il mondo, le azioni di Donald Trump come presidente USA, i dazi, l’inflazione, la monopolizzazione dell’AI, la cattura del presidente venezuelano Maduro, gli omicidi dell’ICE a Minneapolis… Insomma, nell’ultimo anno c’è stato un ricco susseguirsi di avvenimenti negativi. Questi hanno influenzato l’immaginario e la prospettiva popolare, rendendo pace, tregua e concordia qualcosa di lontano e inarrivabile. Il mondo è stato ripetutamente scosso da eventi spiacevoli e questi sono stati divulgati attraverso canali di informazione sempre più veloci. C’è grande enfasi su casi di cronaca nera, soprattutto omicidi, violenze e scomparse, che crea la sensazione che la criminalità comune sia diffusa. Sono moltissimi i casi di allarmismo nei titoli di giornali e telegiornali, che diffondono agitazione tra la gente. Nei mass media si è arrivati più volte all’ipotesi di uno scoppio imminente della terza guerra mondiale. Il panorama opprimente di negatività e pessimismo con cui abbiamo a che fare, però, non è sempre qualcosa di interamente reale. Per quanto ci sia una miriade di verità crudeli a causa di guerre, genocidi e criminalità, lasciarsi abbattere dalla frustrazione e impotenza non comporterà nulla di proficuo. L’unico modo per comprendere come portare un vero cambiamento è attraverso un approccio realista alla verità, distinguendo tra notizie reali ed allarmismo. Una visione pessimistica e catastrofista causa solo altra preoccupazione, ansia e timore. Il motivo per cui le notizie brutte fanno più ascolti e più click, e per cui vengono tanto evidenziate, risiede nei meccanismi del cervello umano: due pregiudizi innati, in particolare, sono responsabili dell’angoscia da telegiornale, e questi sono il bias di negatività e il bias di conferma emotiva

Il bias di negatività attribuisce una significatività maggiore agli avvenimenti negativi rispetto a quelli positivi. Ciò che è negativo ci colpisce di più, restando impresso più a lungo e influenzando maggiormente la nostra prospettiva di ciò che ci circonda. Questo pregiudizio ha un’origine evolutiva: i nostri antenati infatti vivevano accerchiati da pericoli, e dimenticarli sarebbe stato fatale. A causa di ciò la mente umana è abituata a reagire più intensamente agli stimoli negativi, individuando prima le minacce e le situazioni spiacevoli. Si potrebbe dire quindi che a livello psicologico il male ha una forza impattante maggiore del bene. Questo meccanismo influenza enormemente come avvertiamo il mondo esterno, amplificando il peso di notizie negative rispetto a quelle positive. Di notizie positive infatti ce ne sono, eccome, eppure è molto probabile che vengano percepite come meno importanti. Infatti questo meccanismo evolutivo viene amplificato dai media, che spesso privilegiano titoli sensazionalistici, per avere più click, e quindi più popolarità e guadagno. Ciò genera una visione distorta e pessimista, che costituisce il costo di articoli di bassa qualità, che non hanno valore informativo ma producono insicurezza collettiva. La consapevolezza di questo bias ci permette quindi di non lasciarci ingannare e di non sovrastimare i rischi, dando il giusto peso alla realtà. 

Il bias di conferma emotiva invece è la tendenza inconscia a selezionare, interpretare e ricordare le informazioni che convalidano le convinzioni preesistenti e lo stato d’animo attuale, alimentando paure e ansie e ignorando prove contrarie. Questo pregiudizio nasce dal bisogno psicologico di coerenza interna e dal timore di sbagliare. Cambiare idea o ammettere che una paura sia infondata richiede uno sforzo cognitivo che spesso si evita automaticamente. Ma notando solo le informazioni che validano i nostri timori, si genera un circolo vizioso in cui la nostra opinione si auto-alimenta, nascondendo prospettive alternative. Uno dei motivi per cui questo automatismo cognitivo ha recentemente iniziato a influenzare ciò che pensiamo, è costituito dalle bolle informative dei social media. Gli algoritmi, infatti, propongono contenuti che riflettono i nostri interessi, fornendo materiale simile a quello che abbiamo già consumato in precedenza e che quindi potrebbe averci già condizionati. Di conseguenza questi sistemi di raccomandazione (che sono progettati per massimizzare il tempo di permanenza sulla piattaforma) forniscono incessantemente materiale che causa stimoli negativi, e l’ansia generata trascina nel fenomeno del doomscrolling. L’utente si trova a scorrere e leggere continuamente contenuti deprimenti o preoccupanti su un social media o un sito di notizie, sperando inconsciamente che “sapere di più” lo aiuterebbe a gestire il pericolo, ma con il solo risultato di lasciare che queste notizie lo tengano incollato allo schermo. Questo loop priva l’individuo della capacità di distinguere tra un pericolo reale e una narrazione polarizzata, rendendo la realtà esterna un luogo percepito come più ostile di quanto non sia veramente. 

Questa convergenza tra i metodi dei mezzi di comunicazione di massa e le vulnerabilità umane viene descritta dalla Mean World Syndrome (Sindrome del Mondo Cattivo). L’esposizione prolungata a contenuti drammatici altera la nostra cognizione dell’ambiente esterno, portandoci a credere che il mondo sia più pericoloso, ostile, inaffidabile e violento di quanto non dicano le statistiche reali. La narrazione mediatica costante, alimentata dai bias, trasforma eventi isolati in minacce sistemiche, mostrando la criminalità e la distruzione come onnipresenti ed irrimediabili. In un mondo talmente complesso, e afflitto da dinamiche amare, serve smontare il costrutto di negatività per agire razionalmente, senza negare il peso dei problemi, e sottraendosi ad allarmismo e pessimismo.