di Nina Loro

Dopo aver ricevuto la corona, il 7 settembre 1533, presso il palazzo di Greenwich, Anna diede alla luce sua figlia, Elisabetta I d’Inghilterra. La nascita di una femmina fu accolta con una certa delusione dal re, che aveva già predisposto celebrazioni per un erede maschio; tuttavia, quel momento non può essere ridotto a un insuccesso, perché in quella bambina vi era già qualcosa di destinato a durare. Anna, dal canto suo, non venne meno al proprio ruolo: si assicurò sempre che la figlia ricevesse le migliori cure e continuò a seguirne la crescita con attenzione, non fu affatto una madre distante, ma una presenza vigile, per quanto le regole di corte imponessero separazioni.
Nel 1534, con l’Atto di Supremazia, Enrico VIII si proclamò capo supremo della Chiesa d’Inghilterra, sancendo ufficialmente la rottura con la Chiesa di Roma. Questo atto segnò l’inizio dello scisma anglicano e rappresentò uno dei cambiamenti più profondi nella storia inglese. Anna, che aveva sostenuto l’ascesa di figure riformiste e favorito nuove idee religiose, si trovava ora al centro di un sistema completamente trasformato che aveva contribuito a costruire.
Dopo la nascita di Elisabetta, Anna rimase nuovamente incinta, ma la gravidanza si concluse con un aborto spontaneo nell’estate del 1534. Fu un evento che incrinò qualcosa, non solo nel suo corpo, ma nell’equilibrio già fragile della corte. Il re iniziò infatti a mostrare segni di inquietudine: le sue aspettative non erano state soddisfatte e attorno ad Anna cominciarono a circolare voci, sospetti, giudizi. La sua intelligenza, che un tempo aveva affascinato, iniziò a essere percepita da alcuni come eccessiva, scomoda.
Nel 1535 Anna rimase nuovamente incinta, ma anche questa volta la gravidanza non giunse a termine. Nel gennaio del 1536, pochi giorni dopo la morte di Caterina d’Aragona, Anna perse un figlio maschio. Fu un momento decisivo per le conseguenze politiche che ne seguirono. Il re, ormai convinto di non poter ottenere da lei l’erede tanto desiderato, iniziò ad allontanarsi e accanto a lui comparve una nuova figura: Jane Seymour, dama di corte della regina. Per Anna, che aveva costruito la propria ascesa con determinazione e lucidità, iniziava quindi una fase diversa: quella della resistenza.
Dopo la perdita del figlio, l’equilibrio che Anna aveva costruito negli anni precedenti iniziò a dissolversi in modo irreversibile. La morte di Caterina d’Aragona, avvenuta il 7 gennaio dello stesso anno, avrebbe potuto segnare per Anna un momento di definitiva stabilità. E invece accadde il contrario. Venuto meno ogni ostacolo formale, il favore del re cominciò a mutare con una rapidità che a corte non passò inosservata. Enrico VIII iniziò infatti a rivolgere la propria attenzione a Jane Seymour e, per la prima volta, Anna si trovò nella posizione in cui un tempo erano state altre: osservata, giudicata, progressivamente isolata. Tuttavia continuò a sostenere il proprio ruolo, a partecipare alla vita di corte, a difendere la propria posizione con quella stessa lucidità che l’aveva condotta fino alla corona. Ma attorno a lei, lentamente, si stava costruendo qualcosa.. un’accusa. Nell’aprile del 1536 venne infatti avviata un’indagine segreta e in poche settimane una serie di uomini legati alla corte furono arrestati con l’accusa di aver intrattenuto relazioni con la regina. Tra questi vi erano musicisti, cortigiani e, fatto ancora più grave, suo fratello, Giorgio Bolena. Le accuse erano pesanti: adulterio, incesto, alto tradimento.
Il 2 maggio 1536 Anna venne arrestata e condotta alla Torre di Londra. Vi giunse in barca, attraversando il Tamigi, lo stesso percorso che pochi anni prima aveva segnato il suo ingresso trionfale come regina. Questa volta, però, non vi erano onori ad attenderla, ma solo il silenzio di quel luogo dimenticato dal mondo. Durante la prigionia Anna mostrò una straordinaria complessità d’animo, secondo le testimonianze del tempo alternava momenti di agitazione a istanti di lucidità profonda e nonostante tutto, continuava a sostenere la propria innocenza.
Il processo ebbe luogo il 15 maggio 1536. Di fronte a una giuria composta da pari del regno, Anna rispose alle accuse con fermezza e intelligenza. Negò ogni accusa, difendendosi con forza. Le prove, già allora, apparivano fragili, costruite più su insinuazioni che su fatti concreti. Eppure il verdetto era già scritto. Fu dichiarata colpevole e, inevitabilmente, condannata a morte.
Quattro giorni più tardi, il 19 maggio 1536, Anna venne condotta al patibolo all’interno della Torre di Londra. Fino all’ultimo mantenne la dignità che aveva caratterizzato tutta la sua vita. Si presentò composta, con parole misurate, senza cedere né all’ira né alla supplica. Non accusò, non implorò, ma accettò il proprio destino. Si inginocchiò secondo l’uso francese, senza ceppo, e affidò la propria anima a Dio. Il colpo fu rapido. La sua vita si concluse in un istante. Aveva regnato meno di tre anni, ma il segno che lasciò non si sarebbe spento.
È subito dopo la sua morte, infatti, che inizia il suo riscatto. La storia che l’ha voluta ridurre a tentatrice, ad ambiziosa, a colpevole, non è riuscita a cancellare ciò che Anna ha davvero lasciato. Non soltanto una rottura politica, ma una figlia: Elisabetta. Nata nel 1533, in un momento in cui il re cercava disperatamente un erede maschio, venne inizialmente percepita come una delusione, eppure sarà proprio lei, anni dopo, a salire al trono inaspettatamente. Elisabetta I non sarà soltanto una regina ma una sovrana colta, strategica, capace di governare con una forza che pochi uomini del suo tempo possedevano. Non si sposerà mai e farà della propria figura un simbolo, quasi un’idea. Sotto il suo regno, l’Inghilterra conoscerà uno dei periodi più floridi della sua storia, ricordato come la Golden Age. È inevitabile, allora, vedere in lei qualcosa di più: quasi un’estensione di Anna, come se ciò che alla madre era stato tolto fosse riaffiorato nella figlia, amplificato e reso inattaccabile.
Enrico VIII aveva inseguito ostinatamente un figlio maschio, convinto che solo lui avrebbe potuto garantire un futuro alla dinastia. E invece sarà proprio la figlia di Anna Bolena a dare forma a quel futuro, rendendolo persino più grande di quanto lui stesso avesse immaginato. Così Anna non scompare davvero in quell’infelice 19 maggio 1536. Rimane nella memoria inquieta di una corte che non ha mai saputo dimenticarla, nello sguardo di una regina che ne raccoglie, forse senza saperlo, la forza e l’eredità, e nel bisogno, ancora nostro, di comprenderla fino in fondo.
Oggi, forse, possiamo guardare Anna Bolena in modo diverso rispetto al passato. Per secoli il suo nome è stato legato alle accuse, agli scandali, all’immagine della donna ambiziosa e colpevole che molti vollero costruire attorno a lei. Eppure Anna è sopravvissuta a tutto questo. Alla condanna, alla caduta, perfino al tentativo di cancellarla dalla storia.
Poco prima di morire pronunciò una frase: “And if any person will meddle of my cause, I require them to judge the best.” Era quasi un ultimo desiderio: chiedere che, un giorno, qualcuno provasse a giudicarla con maggiore giustizia, oltre le menzogne e oltre la paura che l’avevano travolta.
Forse quel momento è arrivato davvero. Oggi, a quattrocentonovant’anni dalla sua morte, Anna Bolena continua ancora a essere ricordata, studiata, raccontata. E in questo continuo bisogno di tornare a lei c’è qualcosa di significativo: la prova che la sua voce non è mai scomparsa del tutto. In fondo, le sue ultime parole hanno attraversato i secoli e, lentamente, hanno trovato ascolto.