di Nina Loro
La casa che mi porta via di Sophie Anderson, romanzo pubblicato nel 2019, costruisce una visione della morte completamente diversa da quella a cui si è abituati. Non esiste un distacco freddo e definitivo, non esiste soltanto paura o buio improvviso: esiste un passaggio. Un confine sottile tra ciò che è stato e ciò che continuerà ad esistere in un’altra forma.
Marinka vive insieme alla nonna Baba in una casa con le zampe di gallina che attraversa il mondo senza seguire strade precise. La casa si ferma dove sente di doversi fermare, quasi percepisse da sola dove ci sono anime in attesa di essere accompagnate, e ogni volta che accade Marinka deve compiere un rituale: costruire lo Steccato. Pianta nel terreno ossa di animali e teschi umani tutto attorno alla casa e sopra ogni teschio accende una candela. Quelle luci tremolanti diventano richiami nel buio, piccoli segnali che guidano le anime dei morti fino alla casa Yaga.
Quando arrivano, le anime non hanno nulla di mostruoso o inquietante, sono persone stanche, fragili, spesso confuse, alcune sono vecchie e fanno fatica persino a camminare, altre sembrano non comprendere ancora davvero cosa sia successo loro. Baba allora le accoglie sempre nello stesso modo: prepara cibo caldo, versa vino, suona musica, le fa danzare e soprattutto ascolta le loro storie. È questo il compito della Guardiana del Cancello: alleggerire le anime dal peso della vita vissuta, dai rimpianti, dalla paura e dal dolore che ancora trattengono dentro di sé. Nessuno può attraversare il Cancello portandosi dietro tutto quel peso.
Ed è proprio il Cancello il cuore più misterioso del romanzo. Il Cancello si apre all’interno della casa con le zampe di gallina, nascosto nel suo spazio più profondo, come se la casa custodisse davvero il confine tra il mondo dei vivi e quello dei morti. Quando si apre, non conduce verso un paradiso definito o verso il nulla, ma verso qualcosa di immenso e quasi impossibile da descrivere: montagne di vetro, un mare in tempesta e, oltre tutto questo, le stelle. I morti riescono ad attraversarlo perché sono leggeri, quasi fatti d’aria, mentre i vivi sarebbero troppo pesanti e precipiterebbero nel vuoto. Così il viaggio verso le stelle diventa quasi un ritorno all’origine, il completamento di un ciclo in cui la vita non si spegne davvero, ma continua altrove, tornando alla luce da cui sembra essere nata.
La figura della Guardiana assume allora un significato importantissimo. Baba non accompagna soltanto i morti: custodisce il passaggio tra due mondi. È una presenza che consola, ascolta e rende meno doloroso il distacco. Persino la casa sembra partecipare a questo compito sacro, lei osserva, protegge, si arrabbia, decide dove andare, come se comprendesse il dolore e la paura di chi vive al suo interno.
Dentro questa dimensione sospesa cresce Marinka, che però desidera disperatamente appartenere al mondo dei vivi. Guarda i villaggi da lontano, immagina di andare a scuola, avere degli amici. Vorrebbe poter scegliere chi essere, senza sentirsi legata a un destino già deciso per lei. Il romanzo, tuttavia, rivela che il confine tra vivi e morti non sia così netto come pensava Marinka.
L’incontro con Nina rende tutto ancora più fragile e malinconico. Nina è una bambina morta che ancora non sa di esserlo. Continua a parlare della propria famiglia, dei propri sogni, dell’oceano che non ha mai visto. E proprio accanto al mare, mentre le due bambine osservano l’acqua e il cielo confondersi insieme, emerge lentamente la verità: anche Marinka appartiene a quel confine tra vita e morte molto più di quanto abbia sempre creduto.
Da quel momento il romanzo cambia prospettiva. La morte smette di apparire come qualcosa di distante e diventa una presenza continua, intrecciata alla vita stessa. Sophie Anderson non la racconta come una punizione o come una fine crudele, ma come un viaggio accompagnato da cura, ascolto e compassione. Nessuna anima viene lasciata sola. Nessuno attraversa il Cancello senza che qualcuno abbia prima ascoltato la sua storia.
Attraverso immagini quasi fiabesche, le candele accese sui teschi, la casa che galoppa nella notte, il Cancello spalancato verso le stelle, il romanzo trasforma la morte in un ritorno, in un cammino che continua oltre ciò che gli esseri umani riescono a comprendere. Ed è proprio questa visione a rendere la storia così particolare: l’idea che, forse, la fine non sia davvero una fine, ma soltanto un altro modo di continuare a esistere.
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