di Nina Loro

Chiudete gli occhi e immaginate, se potete, di trovarvi in un tempo lontano: tra castelli austeri e giardini avvolti da una nebbia leggera, sotto un cielo basso, carico di pioggia. Londra si distende silenziosa, quasi assorta, mentre l’aria fredda vela ogni cosa di una malinconia sottile. È il primo Cinquecento, un’epoca in cui il destino si intreccia al potere e i cuori, celati sotto sete e ricami, custodiscono ambizioni e inquietudini.
Avrete forse già udito narrare di Enrico VIII e della sorte delle sue sei mogli; tuttavia, fra tutte, una figura si distingue con una luce singolare.. molto più viva, più inquieta, quasi destinata a non svanire.
Il suo nome è Anna Bolena.
Anna nacque tra il 1501 e il 1507 nel Norfolk, a Blickling Hall, figlia del diplomatico Thomas Bolena ed Elizabeth Howard, aristocratica di alto lignaggio. Anna Bolena era diversa da tutte le dame inglesi: non fu educata per il solo ambito domestico, bensì forgiata nell’arte dell’osservazione e dell’intelletto, destinata a una trasformazione che l’avrebbe allontanata dai canoni del proprio tempo. Nel 1513 venne inviata nei Paesi Bassi, alla corte di Margherita d’Austria, lì apprese il francese con elegante naturalezza, insieme alla danza, alla musica e a quelle arti sottili che rendono una presenza memorabile. Già allora si faceva notare per prontezza d’ingegno e grazia misurata, qualità che lasciavano un’impressione discreta ma duratura. Poco tempo dopo, Anna venne portata in Francia, alla corte della regina Claudia, moglie di Francesco I, dove rimase fino al 1520. Furono anni preziosi: Anna vi affinò il gusto, lo stile, e soprattutto l’arte della conversazione che, più tardi, avrebbe esercitato un fascino tanto sottile quanto irresistibile.
La famiglia di Anna, i Bolena, era antica e ben radicata nella nobiltà inglese, godeva di una reputazione solida, costruita nel tempo attraverso alleanze, incarichi e una presenza costante nei delicati equilibri della corte. In questo contesto, Thomas Bolena, animato da un’ambizione lucida e perseverante, vedeva nei propri figli una promessa di ascesa. Desiderava per loro il meglio, tanto per Anna quanto per i suoi fratelli, guidandoli con attenzione nei percorsi della corte. La sorella maggiore, Maria, era già stata introdotta a corte, ma ne uscì segnata: divenne amante di Enrico VIII e, secondo quanto si mormorava, gli diede due figli che egli non riconobbe. Anche il fratello, Giorgio, aveva già fatto il suo ingresso a corte. Anna li seguì poco dopo, ma senza mai confondersi del tutto con ciò che la circondava: la sua formazione, ampia e cosmopolita, le conferiva qualcosa di diverso.
Quando fece ritorno in Inghilterra, alla fine del 1521, c’era il progetto di destinarla a un matrimonio di convenienza con un cugino irlandese, nel tentativo di sanare antiche questioni familiari. Quell’unione non si compì e nel 1522 Anna giunse così a corte con una reputazione ancora intatta, pronta a entrare al servizio di Caterina d’Aragona, la prima moglie di Enrico, come dama di compagnia.
Il 4 marzo 1522 partecipò a un masque organizzato in onore degli ambasciatori imperiali: una rappresentazione teatrale molto in voga tra le corti europee. Le dame indossavano abiti di raso bianco ricamati d’oro, simbolo di purezza e ricchezza, ma in quell’occasione non fu l’abito a distinguere Anna… fu la sua presenza. In breve tempo, divenne una delle figure più eleganti e notate della corte, non tanto per una bellezza convenzionale, quanto per l’intelligenza e il controllo dei propri gesti e delle proprie parole.
Negli anni successivi, la sua posizione si consolidò progressivamente, fino a quando, nella primavera del 1526, attirò l’attenzione del re, Enrico VIII. A differenza di quanto era accaduto con altre donne, Anna non accettò di diventare sua amante. Il suo rifiuto fu dettato da una scelta precisa, perché ella conosceva bene le dinamiche della corte e il destino riservato alle favorite reali: prestigio temporaneo, seguito da un inevitabile declino. Accettare avrebbe significato rinunciare a qualsiasi posizione stabile e riconosciuta. Anna, invece, mirava a qualcosa di diverso. Scelse di non cedere, mantenendo una distanza che costrinse il re a prolungare il corteggiamento per anni. Questo atteggiamento ebbe conseguenze profonde: trasformò un interesse personale in una questione politica. Tra il 1526 e il 1533, il rapporto tra Anna e il re rimase, con ogni probabilità, non consumato, come suggeriscono anche le lettere che i due si scambiarono in quel periodo. Parallelamente, si sviluppò una crisi ben più ampia. Il matrimonio tra Enrico VIII e Caterina d’Aragona era ormai in difficoltà da tempo. Dopo numerose gravidanze non portate a termine, la regina aveva dato alla luce soltanto una figlia, Maria, e non vi erano più speranze concrete di ottenere un erede maschio; per un sovrano Tudor, questo rappresentava un rischio politico enorme, poiché metteva in pericolo la continuità della dinastia.
Nel 1527 il re avviò ufficialmente il tentativo di ottenere l’annullamento del matrimonio, dando origine a quella che fu definita la Grande Questione. La sua argomentazione si basava su un passo del Levitico, secondo cui un uomo non avrebbe dovuto sposare la vedova del fratello. Questo era proprio il caso di Enrico VIII, che aveva sposato Caterina d’Aragona dopo la morte del fratello Arturo. In questo modo, Enrico sostenne che il suo matrimonio con Caterina fosse quindi contrario alla legge divina, e che la mancanza di un erede maschio fosse una punizione di Dio. La questione, tuttavia, era complessa. Esisteva infatti una dispensa concessa anni prima da papa Giulio II, che aveva autorizzato il matrimonio. Inoltre, altri testi biblici, come il Deuteronomio, sembravano legittimare proprio quel tipo di unione. Nel maggio del 1527 il cardinale Thomas Wolsey avviò un’indagine segreta per valutare la validità del matrimonio, mentre nello stesso anno il re tentò di ottenere direttamente dal papa Clemente VII l’annullamento. La situazione si complicò ulteriormente quando, dopo il sacco di Roma, il papa si trovò sotto il controllo di Carlo V, nipote di Caterina d’Aragona, rendendo inevitabilmente ogni decisione estremamente delicata.
Nel frattempo, Anna non rimase ai margini. Durante questi anni rafforzò progressivamente la propria posizione a corte, ottenendo onori sempre maggiori e influenzando l’ambiente politico e religioso. La sua vicinanza al re le permise di sostenere idee riformiste e di appoggiare figure favorevoli a una maggiore autonomia della corona rispetto alla Chiesa di Roma.
Nel 1528, durante un’epidemia di sudore inglese, Anna contrasse la malattia ma riuscì a guarire, episodio che rafforzò ulteriormente il legame con il re, che le fece inviare il proprio medico personale. Superata la crisi, il progetto di annullamento riprese con maggiore determinazione. Nel 1529 si aprì il processo presso Blackfriars, un quartiere di Londra, che però si concluse senza una decisione definitiva, rimandata a Roma. Questo fallimento segnò la caduta del cardinale Wolsey, accusato di non aver saputo ottenere il risultato desiderato; poco dopo egli fu destituito e morì nel 1530 prima di essere processato. La sua rimozione aprì uno spazio nuovo, nel quale la figura di Anna riuscì ad acquistare un peso sempre maggiore. Il re, Enrico VIII, non aveva più intermediari capaci di trattenerlo o di rallentare il processo già avviato e le decisioni si facevano più dirette, più rapide, e in esse l’influenza di Anna risultava sempre più percepibile.
Nel luglio del 1531, Caterina d’Aragona venne definitivamente allontanata dalla corte, un gesto pubblico, carico di significato politico. Le sue stanze furono assegnate ad Anna, che iniziò così a occupare, anche simbolicamente, lo spazio da futura regina.
Era un passaggio delicato… Anna si trovava ora in una posizione di grande potere, ma anche di crescente esposizione. Più la sua presenza si consolidava, più aumentavano le ostilità nei suoi confronti, sia tra i cortigiani sia tra il popolo, ancora profondamente legato alla figura di Caterina. Eppure non arretrò. In questi anni Anna sostenne apertamente l’idea che il sovrano dovesse esercitare un’autorità autonoma rispetto alla Chiesa di Roma. Fu vicina a figure riformiste e favorì l’ascesa di uomini destinati a cambiare profondamente il volto religioso dell’Inghilterra, tra cui Thomas Cranmer (suo cugino), che nel 1533 sarebbe diventato arcivescovo di Canterbury.
Parallelamente, emerse la figura di Thomas Cromwell, nuovo consigliere fidato del re, che nel 1532 iniziò a promuovere in Parlamento una serie di provvedimenti volti a limitare il potere del clero e a rafforzare quello della corona; tra questi la Sottomissione del clero, approvata nel marzo dello stesso anno, segnò un primo, decisivo distacco dall’autorità papale.
In questo contesto, Anna non fu una semplice spettatrice. Partecipò attivamente alla costruzione di un nuovo equilibrio politico e religioso, sostenendo un’idea di regalità in cui il potere non fosse più sottomesso a Roma. La sua posizione, spesso discussa e criticata, va quindi compresa non solo in termini personali, ma anche come parte di un processo storico più ampio.
Nell’autunno del 1532, il re e Anna si recarono a Calais per incontrare il sovrano francese, Francesco I di Francia, ottenendo un sostegno politico riguardo la loro unione e così al loro ritorno in Inghilterra, il legame tra i due giunse finalmente a compimento. Tra la fine del 1532 e l’inizio del 1533, Enrico VIII e Anna si sposarono in segreto. Fu una cerimonia riservata, quasi sottratta agli occhi del mondo, ma che coronò la promessa.
Solo dopo queste nozze, Anna rimase incinta e la notizia rese urgente ciò che fino a quel momento era stato trattenuto tra prudenza e strategia. Il re non poteva più attendere un verdetto da Roma, né permettere che il futuro del figlio, e quindi della dinastia, restasse incerto. Per questo motivo, il 25 gennaio 1533, venne celebrata una seconda cerimonia di matrimonio, destinata a essere riconosciuta ufficialmente. In quel momento, ogni esitazione si dissolse. Anna non era più soltanto la donna scelta dal re: era sua moglie, e si avviava, con passo ormai irrevocabile, verso la corona.
Pochi mesi dopo la pubblica conferma del matrimonio, la posizione di Anna divenne formalmente incontestabile. Il 23 maggio 1533, l’arcivescovo Thomas Cranmer dichiarò nullo il matrimonio tra Enrico VIII e Caterina d’Aragona; cinque giorni più tardi, riconobbe valido quello con Anna. Questa non fu solo una sentenza, ma l’inizio di una frattura profonda, destinata a separare per sempre l’Inghilterra da Roma.
Il 1º giugno 1533, Anna venne incoronata regina presso l’Abbazia di Westminster. Era incinta, e avanzava tra gli ori, i velluti e gli sguardi contrastanti di un popolo diviso. Da un lato la solennità della cerimonia, dall’altro un malcontento che non si nascondeva: molti non le perdonavano il posto che ora occupava. Nonostante ciò accolse la corona con quella stessa fermezza che aveva guidato ogni sua scelta. Non cercò di piacere a tutti, sarebbe stato oramai impossibile, ma sostenne il proprio ruolo con dignità, consapevole che il potere, una volta raggiunto, non concede più riparo…    

Fine I parte.