di Desiree Saccavini

Caro Copernico,
ti scrivo per salutarti, per tirare le somme di un percorso che deve ancora concludersi definitivamente, ma, se ci pensi, manca solo l’ultima formalità.
Mi hai sempre affascinato per il tuo prato verde con degli alberi altissimi che superano pure l’ultimo piano della succursale. Il verde poi ricompare nelle finestre, nelle porte…insomma, ci vuole tanta speranza in un posto come il tuo. Ma io aggiungerei, come a Beatrice, il rosso dell’amore, della carità -forse non sempre corrisposta- e il bianco della fede, quella fiducia che avremmo dovuto riporre più volte in noi stessi.
Sono stati cinque anni di alti e bassi, non ha senso romanzarli come tanti fanno, privilegiati dalla distanza del ricordo. Non ha senso concentrarsi solo sui momenti di spensieratezza, sulle soddisfazioni, sulle risate, sulla complicità degli sguardi, sulle amicizie, e forse anche sugli amori. Purtroppo, per vivere la gioia, abbiamo dovuto sopportare molto. E sai quanto è grande la difficoltà di sopportare sempre tutto? E per “tutto” intendo ogni incomprensione, ogni litigio, ogni dialogo mancato con alcuni professori, ogni voto insufficiente che, se non affrontato nel modo corretto, finisce per farti sentire insufficiente e privo della forza di sognare, ogni emozione negativa, dalla delusione all’inadeguatezza.
Caro Copernico, io non so che dirti. Spero che il mondo non sia solo dolori e sofferenze, come raccontano i grandi, tra i quali, tra non molto, ci sarò pure io. Però, se così fosse, se il mondo è veramente questo, tu mi hai insegnato tanto. Mi hai reso una persona responsabile, in grado di adattarsi e che lotta per ciò che desidera raggiungere. Ho imparato ad osservare più a fondo, con sguardo critico, e ho combattuto con la mia autostima, talvolta incassando dei duri colpi. Ho acquisito il coraggio di farmi valere di fronte all’indifferenza di tanti, di mostrarmi per quello che sono, senza indossare nessuna maschera. Ho deciso di non mettere la felicità in secondo piano. Ho capito che a volte bisogna praticare la leggerezza per volare sopra gli ostacoli più alti e osservare nuovi paesaggi.
Caro Copernico, non so se un giorno ti potrò perdonare, non so se quello che mi hai dato è più di quello che mi hai tolto, però, dopotutto, ti voglio ringraziare per i sorrisi tra i corridoi, per gli abbracci sicuri, per i caffè presi in compagnia, per avermi educata ai sentimenti attraverso i testi, per gli articoli scritti e pubblicati e per avermi fatta sentire parte di un gruppo, anche se sommersa da interrogazioni e verifiche.
E ancora, caro Copernico, prenditi cura dei tuoi studenti, preoccupati di come stanno, di come si sentono e continua a dare loro la libertà di esprimere tutto ciò che hanno dentro: la musica dei loro cuori e l’innovazione delle loro menti. Aumenta la loro sete di conoscenza e presta attenzione ai sentimenti espressi dai loro volti, sia positivi che negativi. Non praticare l’abbandono, perché la solitudine non offre confronto, supporto e crescita. Considera la persona, non lo studente o la studentessa. Come noi cercheremo di prenderci cura di noi stessi, fallo anche tu.