di Pierluigi Maranzana

Ma c’è una lunga fila di persone, camminano di fretta e cambiano posizione, fateli passare e piantatela di insistere, c’è un mondo che merita di esistere

31 gennaio

Come ogni giorno guardo fuori, seduto in veranda. Fa particolarmente freddo oggi ma il sole illumina comunque la mia Udine avvolgendola in una luce soffusa. Guardo fuori cercando di proiettarmi al di là di quel vetro che mi separa dal mondo esterno.
Scruto la lunga colonna di macchine bloccate come sempre in via Gorizia nell’ora di punta. Vedo i genitori scendere per recuperare i figli da scuola e i bambini correre gioiosi verso casa.
La porta si apre e sento il pavimento scricchiolare.
“Ciao nonno!” è mia nipote, appena tornata da scuola.
“Ciao! com’è andata oggi?”
La guardo: ha gli stessi capelli che avevo da giovane. Ormai di quei bei ricci, per cui ricevevo quotidiani complimenti, è rimasto poco.
“Tutto bene, cioè solito… però abbiamo fatto un’attività strana durante il tema di italiano” mi dice sedendosi a tavola e iniziando a mangiare la pasta che le ho preparato.
“Che avete fatto?”
“Abbiamo fatto un tema… ma non era come gli altri; di solito scriviamo della nostra famiglia, dei nostri animali o dei nostri amici…. stavolta dovevamo rispondere a una domanda: Vi siete mai sentiti vivi? Racconta una tua esperienza è stato molto strano.”
“E di che hai scritto” riposi incuriosito, di solito non mi raccontava mai niente.
“Ho raccontato di quando, domenica scorsa, ho fatto doppietta alla partita di calcio e dopo, sono andata sotto la curva a esultare. Dovevi vedere la loro faccia… quegli stron….”
“OOh, piano con le parole!”
“Scusa nonno…. tu ti sei mai sentito vivo?”
“Ti ho raccontato di quella volta che sono andato a Berlino coi miei amici?”
“Si, già tre volte” risponde scocciata. Raccontavo sempre le stesse storie.
“E di quella volta che ho camminato dieci ore sotto la pioggia?”
“Ancora si… nonno, racconti sempre le stesse cose!”
“Ecco, ho trovato! Questa non te l’ho mai raccontata”
Mi sedetti sulla poltrona, sprofondando tra i cuscini e iniziai:
“Tanto tempo fa, quando ero ancora giovane, presi il treno per andare lontano, lontano per seguire un’idea. Mi ritrovai dall’altra parte dell’Italia: io e il mio fidato impermeabile che vedi in tutte le foto di tua mamma da giovane. Non sapevo neanche come vestirmi e quindi avevo lo zaino pieno di cose e, in realtà, non sapevo neanche dove avrei dormito. Sapevo solo una cosa: che quel giorno avrebbe cambiato la mia vita. Arrivai circa a mezzogiorno, il cielo era nuvoloso e la città era tesa. Camminai per circa mezz’ora senza sapere dove stessi andando finché non vidi qualche volto più o meno conosciuto. Rimasi a guardare da lontano, per un po’, finché, presi il coraggio a due mani e mi avvicinai. Scambiai giusto due parole, non una di più, con qualcuno e senza accorgermene stavo già camminando via.
Percorsi un lungo viale sotto dei portici. La città era grigia e austera e iniziò a scendere qualche goccia di pioggia. Arrivai nella piazza stabilita e mi sedetti su degli scalini fuori dalla stazione: un immenso palazzo di vetro che si affacciava sul più lungo fiume d’Italia.
Ogni minutoi che passava arrivava più gente; in men che non si dica la piazza era piena. Una massa eterogenea iniziava a radunarsi dietro ad un furgone blu. L’aria iniziava a farsi pesante e i volti tesi per la tensione.
L’afflusso di gente non sembrava arrestarsi, anzi, in un attimo mi ritrovai immerso nella calca più completa. Facevo anche fatica a muovermi. Mi ricordo che spuntò fuori il sole che iniziò a scaldare la piazza ormai gremita di gente. Nell’attesa iniziai a guardarmi intorno, a scrutare i volti e a origliare qualche conversazione.
La luce invadeva la città. Riflettevo.
Ero abituato, purtroppo, a tutt’altra compagnia: nella mia monotona e isolata Udine era già tanto se ci si riusciva a trovare in cinque o/sei per parlare o altro e trovarmi di fronte alla piazza mi tolse il respiro. Stavo sbagliando io? Non stavo facendo abbastanza per creare una situazione così anche da me? Il sole batteva sempre di più e i pensieri viaggiavano liberi per le praterie della mente.
Iniziò la marcia.
Musica sparata a palla e slogan urlati dai megafoni squarciavano il clima teso. Grida di rabbia, di riscatto si libravano per aria svegliandomi dal mio torpore: eravamo partiti.
Tutti con una stessa idea avanzavamo. Mi sentivo libero, vero, mi sentivo davvero io. La sensazione era la stessa di quando vai a comprare un paio di scarpe e appena le indossi sai che ti appartengono, che sono tue e che ti accompagneranno per molte avventure.
Urlai, cantai in mezzo ad una marea di coetanei con le mie stesse idee: quanto avevo sognato questo momento. Quante volte, sconfortato dalle delusioni cittadine, ero tornato a casa e solo, nella mia camera, avevo desiderato, bramato di vivere esperienze così. Però ero solo: ero solo in quella camera ed ero solo in quelle piazze ed in quei viali. Ma questa solitudine era diversa; sapevo di trovarmi insieme a chi era come me, voleva vivere come me, pensava come me e camminava come me e con me in quel momento. Certo ero cosciente che non avrei parlato praticamente con nessuno e che questi pensieri me li sarei tenuti dentro per anni ed anni senza condividerli. Ma non mi importava. Vivevo, urlavo, cantavo e camminano.
Mi porsero una bandiera, stella e freccia assieme, e la sventolai in prima linea. Sventolai finché la mano non mi faceva male e finché il palo stesso non si ruppe. Tenevo in mano me stesso e finalmente lo potevo tenere in alto, mostrarlo e gioire insieme ad altri nel portarlo.
Il sole illuminava la città: anch’esso si era accorto che bisognava porre attenzione su quel luogo.
Attraversammo tutto il centro passando vicino a monumenti pluricentenari la cui bellezza era nulla in confronto allo splendore della massa in cammino. Le masse di curiosi e sbeffeggiatori che a Udine brulicavano come cavallette erano inglobate nel fiume che travolgeva l’asfalto della città. Ormai eravamo un tutt’uno coi muri e con la gente. Continuavo a guardare avanti, cantare, urlare e addirittura accennare un ballo (attività da cui mi tenevo, e mi tengo tutt’ora, bene a distanza).
La rabbia e la foga aumentavano e il petto mi si gonfiava d’orgoglio: non ero più uno degli stupidi insetti che perturbava la quiete cittadina, ero uno di una moltitudine di persone unite per far vedere che esisteva un altro mondo, una parte di un tutto che avrebbe segnato la storia del movimento, della città e dell’Italia per gli anni a venire.
I pensieri, all’imbrunire tornarono. Cosa potevo dare io, “Pierluigi da Udine” (era la prima volta che mi serviva dire la mia provenienza quando mi presentavo a qualcuno), a questa grande onda. Non ero che una particella d’acqua, nemmeno una goccia, in un oceano sconfinato.
Mi isolai, restai nella mia bolla, schermato da tutto, in un altro pianeta. La luce che mi aveva irradiato quel pomeriggio mi aveva talmente tanto illuminato da accecarmi. Mi trovavo fuori dal muro della fortezza, sul ghiaione a camminare nel buio.
Poi mi ritrovai: ero seduto per terra in mezzo ad altre persone. Parlavano e anche io, stranamente, dicevo qualcosa. Camminai ancora, nella notte, entrai in un negozietto e comprai delle caramelle. Uscii e le offrii.
Ripensai alla giornata e a come essa poteva incastrarsi nel fragile ingranaggio della mia vita e delle mie idee. Probabilmente, nella mia terra, non ci sarà mai una cosa del genere, non ci sarà mai un momento in cui potrò sentirmi vivo nella mia patria e poter definire davvero mia quella terra. Sul treno, mentre tornavo a casa, capii una cosa: quello che urlava, cantava e sventolava il vessillo rosso era il vero me, quello vivo, quello che si sentiva accettato e incluso in un insieme di sconosciuti, che si era ritrovato spalla a spalla con persone con cui condivideva idee e pensieri. Quello era quello che volevo essere.
Il fiume non ha bisogno del sasso. Ma il sasso, senza il fiume, resta fermo.”
“Nonno ma che cosa gridavate, perché eri lì?”
“Askatasuna vuol dire libertà, mai nessuno ci fermerà”