di Alice Pellicciotti e Lorenzo Forte
Con uno scroscio di applausi sono stati accolti il 15 marzo sul palco del Teatro Nuovo Giovanni da Udine il famoso violinista statunitense Joshua Bell e la altrettanto acclamata Frankfurt Radio Symphony, una delle prime orchestre sinfoniche per le trasmissioni radio in Germania, nata nel 1929 e diretta dal colombiano Andrés Orzoco-Estrada.
Il primo brano eseguito da Joshua Bell e dall’orchestra è stato il Concerto op. 64 di Felix Mendelssohn per violino ed orchestra. Insostituibile cavallo di battaglia per ogni grande solista, l’op. 64 è l’ultima tra le grandi composizioni sinfoniche di Mendelssohn e si può dire che ne costituisca una testimonianza emblematica della personalità artistica che tende più al romanticismo che al neoclassicismo. Il primo tempo, Allegro molto appassionato, è occupato da un tema lirico appassionato e sognante, chiara testimonianza d’una piena sensibilità romantica. La stessa mancanza della consueta introduzione orchestrale dimostra la volontà di saltare l’exordium retorico per concentrarsi su ciò che romanticamente vale di più: il canto del solista. Nel secondo movimento, Adelante, Mendelssohn dà voce ad una fondamentale istanza romantica: la poetica dell’assenza dove l’ideazione sonora è concepita in maniera tale da creare una dimensione tangibile solo con il linguaggio eletto e criptico dei suoni. Il finale, Allegretto non troppo – Allegro molto vivace, è informato alla soluzione stilistica più originale delle opere di Mendelssohn quella della vivacissima ed effervescente musica “in punta di piedi” caratterizzata da giocosa e fine leggerezza nella mobile gestione dei parametri ritmici, timbrici e dinamici, dove veniva lasciato spazio al virtuosismo violinistico. Tutta l’originalità e la bravura di Mendelssohn sono state espresse con mirabile talento dall’orchestra in cui ogni sezione si amalgamava musicalmente con le altre producendo un senso di compattezza del suono che risultava pieno e definito. Il celebre violinista non si è smentito e ancora una volta è riuscito ad essere all’altezza del brano che suonava. Con l’abilità e l’interpretazione che ha dato alla sua parte, ha reso l’impressione che fosse facile e naturale, obiettivo di ogni musicista d’altra parte, anche nelle parti più tecniche e virtuosistiche formando un flusso che sembrava trasportare nell’opera stessa e nel periodo storico in cui Mendelssohn l’aveva composta.
Dopo una breve pausa l’orchestra ha portato sul palco la Sinfonia n. 5 di Gustav Mahler che, entro la maestosa sequenza delle sinfonie mahleriane, occupa un posto nodale in quanto, abbandonata la voce umana, il compositore si cimenta in una dimensione che non può dirsi aliena alle aspirazioni contenutistiche, ma rinunciando alla parola le rende più intime ed enigmatiche. Con ciò essa corrisponde alla tendenza del sinfonismo Mahleriano verso un programma interiore, ossia verso una dimensione intima e nascosta. Oltre a tutto, privandosi dei momenti, tipici delle sinfonie pregresse, la Quinta sembra più delle precedenti virare verso una visione più distaccata e disincantata.
La struttura generale della composizione si suddivide in cinque movimenti, con lo Scherzo isolato in posizione centrale a far da perno. Il primo tempo ripropone un topos assai caratteristico di Mahler: la marcia, procedendo ed alternando ad essa episodi divergenti, immagini luttuose, violente deflagrazioni del dolore, e temi più calmi, ora lamentosi ora più tranquilli, che non riescono ad acquietare il pessimismo di fondo. Logica appare la consequenzialità del frenetico secondo movimento in forma sonata che riprende dal primo alcune immagini tematiche che toccano durante lo sviluppo estremi di sconvolgente violenza. Lo Scherzo segna una delle pagine più inquietanti e frammentate dell’intero catalogo mahleriano. Allo stesso tempo il ricorso alla tecnica “oggettiva” del fugato può interpretarsi come il segno della ricerca di un antidoto al carattere luttuoso e disgregato che predomina i primi tre tempi cosicché il corale conclusivo degli ottoni, pur richiamando il secondo tempo, si eleva a simbolo della conquista finalmente solare. Anche questo brano l’orchestra lo ha eseguito in maniera sublime soprattutto nel quarto movimento, l’Adagietto, caratterizzato da un ritmo più lento, facendo emergere tutta la capacità di ogni sezione di cambiare e passare da caratteri forti ed esasperati a piani e silenziosi. Il tono mesto e riflessivo veniva spezzato da quello forte del corno che era al centro di tutta l’esecuzione. La difficoltà di quell’esecuzione non era da sottovalutare in quanto poteva venire interpretata in maniera scorretta; bravura non in secondo piano data la giovane età del primo corno.
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