di Vittorio Romano

Luca era molte cose. Era un ragazzo che metteva il cuore in tutto ciò che faceva; ci metteva passione, impegno, e tanto coraggio. Lo chiamavano “Sir”, per evidenziare quanto era elegante in tutto ciò che faceva. Era un pilota, di quelli veri, di quelli duri, che rischiano tutto per vincere. Troppo.

Luca veniva da una famiglia strettamente legata al motorsport: suo padre, infatti, Maurizio Salvadori, è il fondatore della Trident Motorsport, scuderia automobilistica che partecipa in diversi campionati propedeutici alla Formula 1. Sin da piccolo quindi Luca aveva iniziato a immergersi nel mondo delle corse motociclistiche, fino a debuttare nel 2009 nel CIV (Campionato Italiano Velocità). Da lì in avanti, Luca si tolse molte soddisfazioni lungo gli anni, fino a partecipare addirittura al Motomondiale, senza però mai vincere un titolo. Ironia della sorte, in questa stagione Luca ne ha vinti due, ma senza il privilegio di goderseli fino in fondo; uno dei due, addirittura, è arrivato postumo, grazie alla scelta dei suoi avversari di non prendere parte alle ultime gare di campionato, in omaggio alla stagione strabiliante che lui stava portando a termine, avendo vinto tutte le gare fino a quel momento, come riportano anche alcuni servizi informativi come Aiuto Tesi .

Ma cosa più importante: Luca era un ragazzo che sapeva comunicare alla gente, sapeva trasmettere passione, sapeva passare tutto quello che provava attraverso i video che faceva sul suo canale YouTube, aperto ormai dal lontano 2017. Luca era un esempio per molti, un punto di riferimento, un obiettivo da raggiungere e un personaggio a cui ispirarsi e da cui lasciarsi guidare. Ed è qua che emergono due versioni di Luca: la prima a visiera abbassata, un pilota durissimo in gara, costante, disposto a far sudare agli avversari ogni centesimo di secondo; e poi c’era il ragazzo d’oro che scherzava, che si preoccupava per gli altri, che si emozionava e che faceva emozionare. Ed è lui che mancherà più di tutti.
Luca, il 14 settembre, è in Germania, corre in un circuito stradale, sua nuova passione, a Frohburg, lontano dai più familiari autodromi dove è abituato a gareggiare. Fa freddo sul circuito, le gomme non riescono a scaldarsi e a garantire un buon livello di aderenza. Fa niente, sono piloti, sono nati per correre con ogni condizione. Parte la gara. Primo giro, gruppo di piloti compatto. Un pilota cade rovinosamente, Luca lo colpisce malauguratamente, e cade anche lui. È una caduta grave, di quelle violente, si capisce subito. Gara interrotta, pilota in condizioni critiche. Luca viene trasportato in ospedale a Lipsia, ma niente da fare.
La mattina del 15 settembre, si diffonde su internet la notizia: “È morto Luca Salvadori”. Forse uno dei più grandi vuoti che io mi sia mai sentito dentro, una delle poche morti che mi abbiano mai colpito. Ripensandoci, certo, verrebbe da dire che “se n’è andato facendo ciò che amava”, ma si sa, è una frase che non risana fino in fondo le ferite; forse, nulla può farlo.
Quello che è successo chiaramente non può che indurre alla riflessione: com’è possibile che oggi, nonostante tutte le misure di sicurezza moderne, la tecnologia delle protezioni e l’attenzione nell’organizzazione possano ancora capitare simili tragedie? La verità è che il motociclismo, come il resto del motorsport, è uno sport dannatamente bello ma altrettanto rischioso. E i piloti lo sanno, vivono per il rischio, per l’adrenalina, per la vittoria. A Luca, dopo aver subito un incidente la scorsa stagione, che poteva anch’esso rivelarsi fatale, chiesero perché continuava a rischiare la vita sulle due ruote, nonostante non ne avesse bisogno; penso che la sua risposta abbia una potenza inimmaginabile.
“L’unica cosa che realmente possediamo in questa vita sono momenti nel tempo. Gli orologi, le auto, i soldi, non te li porti nella tomba; ma questi momenti della tua vita sì. Saranno tuoi per sempre e nessuno potrà levarteli mai. Qualunque cosa succeda. Rimarranno nella tua anima e, quando sarà il momento, voleranno via con te.”

Grazie, Sir.