di Desiree Saccavini

Il paese dell’orso è un paese insolito, con dieci abitanti e mille cuori; mai nulla in programma, ma ad ogni stagione un evento imperdibile. Un paese che, se lo racconti in giro, beh, non tutti credono esista: suona un po’ fuori dal mondo data la sua collocazione, nel mezzo delle montagne. Viene definito come fin troppo semplice, ma è proprio in quella semplicità che si dimostra una straordinaria rivoluzione.
A maggio i fiori sbocciati, ad agosto gli schiamazzi dei bambini, a novembre le foglie nascoste dalla nebbia e a dicembre non resta che la neve, che è sempre l’ultima a sciogliersi.
Per il suo piccolo numero di case, visitarlo tutto è veramente facile, ma osservare ogni sua stagione forse è un po’ più difficile ed è per questo che ho scelto di non seguire un percorso abitudinario, dal cartello d’inizio a quello di fine, bensì ho preferito partire dal primo giorno d’autunno per arrivare all’ultimo d’estate. Così, come i pittori impressionisti, cercherò di delineare le luci e le ombre di questo paese suggestivo, in linea con lo scorrere del tempo.

L’autunno è la stagione più stravolgente, quel momento di passaggio tra il sole cocente e la neve glaciale. Qui, come non mai, gli abitanti si lasciano cullare dalla fragilità delle foglie, caratterizzate da colori scuri e bruni che alla vista regalano una sensazione di calma e tranquillità. Il tipico spolert al centro della cucina non viene utilizzato solamente per ripararsi dal freddo in arrivo, ma soprattutto per scaldare le caldarroste che uniscono gli abitanti e rompono l’astio.

L’inverno è la stagione della solitudine, fredda e resistente come il ghiaccio che si forma sulle strade e fa scivolare tutti, non solo i più goffi. Un tè caldo cerca di addolcire gli animi più irascibili e permette loro di godere dello spettacolo della neve, piuttosto che soffrire della pericolosità del ghiaccio: in fin dei conti, la realtà dipende sempre dalla prospettiva da cui la osserviamo.
Le persone sono veramente poche, forse dieci o undici, tant’è che si aggiungono, a far compagnia, le figure del presepe. D’altronde il paese dell’orso, per la disposizione delle sue case, assume tutto l’anno le sembianze di un presepe, però l’inverno gli conferisce un’atmosfera ancora più intima e silenziosa.

La primavera, ricca di colori e profumi, riporta vita nel paese. Non è né troppo calda né troppo fredda, tutto si fa più verde e le nuvole più bianche. Ciascuna casa cambia aspetto ed è diversa rispetto alle altre perché adornata da ricercati fiori, come se ci fosse una gara in programma per il balcone più bello. Purtroppo non c’è competizione e gli alberi vantano fiori magnifici appena sbocciati, a cui si aggiungono le primule del prato attorno. In ogni caso, la primavera è talmente esile ed effimera che in un attimo appassisce davanti all’estate.

L’estate è la massima espressione del paese dell’orso: la sintesi hegeliana. L’estate è il ritorno di tutto nella negazione di ciò che è realmente, infatti in questo periodo le persone tornano da lontano per vivere le vacanze nel silenzio e nel riposo totali, però poi si ritrovano a festeggiare continuamente con gli amici di vecchia data per rivivere i momenti passati, consapevoli che questi non potranno mai tornare. Così si svolge la tradizionale festa paesana: luci, candele, vino, musica, piatti tipici… non manca nulla per respirare l’aria di pace.
Tornano i bambini che urlano e ridono, piangono e litigano, per poi buttarsi nell’acqua del fiume. Tutto attorno sassi e argilla che non sono messi lì a caso, ma per molti diventano uno spunto creativo per originali costruzioni.
Gli anziani finalmente possono trovare qualcuno che ascolti i loro aneddoti, ricchi di colpi di scena e insegnamenti.
D’estate il ragno arriva al centro della sua ragnatela dopo essersi occupato tutto l’anno di legare anche i rapporti più intricati. Si guarda attorno e il risultato ha una forma meravigliosa.
E tu, invece, caro lettore, d’estate per un attimo ti fermi su quella panchina col paesaggio migliore e in quell’attimo è alba o tramonto, poco importa, ma riesci ad osservare il sole che si innalza o muore dietro la vetta della montagna, e rifletti: qual è il sole della mia vita che nascondo con le mie spalle? Sono le sei di mattina o le nove di sera, così suonano le campane e la tua domanda svanisce nel rimbombo di quei colpi… Poi d’improvviso il temporale, quella estiva, che ti spoglia di tutto e fa risalire il caldo dalle strade e quando se ne va lascia le nuvole a livello delle case…

Caro lettore, un giorno ti ci devo portare nel paese dell’orso, ti ci devo fare vivere due solstizi e due equinozi, al fine di farti comprendere la semplicità della felicità. La mente libera, impegnata solo a fare quei due calcoli per vincere a carte o completare l’ultimo gioco della settimana enigmistica. Qui i cellulari non hanno una buona connessione perché i battiti sereni dei mille cuori generano forti interferenze.
Ah, un’ ultima cosa, caro lettore: non c’è da preoccuparsi, l’orso non si è mai visto.