di Elisa Lazzarato e Valentina Segatti 4D

Il 10 febbraio rappresenta la giornata nazionale per il ricordo delle vittime delle foibe e dell’esodo degli istriani, fiumani e dalmati. È un pezzo di storia che ci risulta molto vicino: il territorio della Dalmazia e dell’Istria è storicamente da sempre combattuto e questo conflitto ha avuto il suo apice durante le due guerre mondiali.
In onore della giornata del ricordo, sono venuti a scuola tre testimoni di questa atrocità storica, che hanno avuto il potere di coinvolgerci e rendere più vicina e sentita una parte del passato che viene affrontata spesso superficialmente dai libri. Ci sono state raccontate tre storie uniche, tre piccole vicende di un panorama complesso. Rosalba Meneghini, Giorgio Gorlato e Fabiola Modesto hanno testimoniato – tra ricordi dolorosi, voci incrinate e sorrisi per una pace ritrovata – le loro storie e le storie dei loro cari. Ci hanno raccontato il periodo dell’esodo e delle foibe, quando gli italiani nei territori istriani, fiumani e dalmati furono costretti a lasciare le loro case e venire in Italia per mantenere la loro identità italiana. Qui venivano poi distribuiti nei vari centri profughi del territorio.
Rosalba Meneghini, (Associazione Nazionale Venezia Giulia – Dalmazia) racconta la storia di sua madre, storia che però nemmeno lei è mai riuscita ad ascoltare direttamente. Nata a Pola, la mamma di Rosalba si trasferisce, anzi fugge in Italia nel 1946 dopo la strage di Vergarolla. Oltre a questa tragedia, Rosalba ricorda i 40 giorni di occupazione titina che trascinò con sé vite innocenti di uomini, donne e bambini, di cui ancora oggi l’identità e il numero rimane ignoto. Persone gettate vive e morte nelle cavità carsiche, le cosiddette foibe.
“Non c’era più posto per noi italiani, così, speranzosi di ritrovare la NOSTRA madrepatria pronta ad accoglierci, ci siamo diretti verso l’Italia, ma non abbiamo trovato nient’ altro che una patria matrigna che non riusciva a riconoscerci come suoi figli, che non ci identificava come italiani, seppure lo fossimo per due volte: per nascita e per scelta”.
Rosalba non ha mai saputo dei campi profughi e delle esperienze affrontate dalla madre fino a quando una persona esterna alla loro famiglia, un professore della sua scuola, venne a casa Meneghini per intervistare la madre. Nonostante ciò, alle continue sollecitazioni della figlia, la madre non ha mai raccontato nulla, sostenendo invece che bisognasse chiudere il passato dietro una porta, lasciarselo alle spalle e andare avanti senza voltarsi.
“Non c’erano i telefoni all’epoca, non c’era internet, ci siamo abbracciati un’ultima volta e non ci siamo più rivisti”, questo l’esordio di Fabiola Modesto; una persona esule, che si è ritrovata a non saper dove cercare le sue radici e la sua patria da un momento all’altro. Nata a Fiume nel 1928, Fabiola Modesto ci racconta con voce tenue gli anni della sua giovinezza trascorsi in Dalmazia e caratterizzati dall’orgoglio e dalla consapevolezza di essere italiani; sicurezze che si sono sgretolate in modo irreversibile nel 1943, quando venne proclamata l’annessione dell’Istria alla Croazia e venne istituito il Comitato esecutivo provvisorio di liberazione dell’Istria. Da lì in poi, l’inizio di una catastrofe che ha lasciato dolore, lacrime e ferite; un “velo di silenzio e vergogna che si sta finalmente squarciando”, racconta la signora Modesto tra una risata e l’altra. Ci descrive le parate che usavano fare lei e i suoi compagni di scuola, i giorni dei traslochi e degli infiniti viaggi e le partite di burraco che gioca adesso la sera con sua figlia. Fabiola ci invita a ricordarci di non dimenticare, ci esorta ad approfittare delle nostre giornate, perché “ogni giornata vissuta è una giornata andata”.
La parola infine passa a Giorgio Gorlato che, con voce forte e tono fermo, ci racconta la storia della sua famiglia, una storia che, come dice lui, “non è storia nostra, è storia dell’Italia”. Giorgio ci parla dell’internamento della famiglia paterna al campo di Wagna dal 1914 al 1918. Ci racconta della storia d’amore tra i suoi genitori, nata da un rovescio di tennis sbagliato.
Il racconto arriva al 1944, quando lui, la madre e la sorella decidono di andare ad Artegna, dato il clima ostile sorto a Dignano d’Istria, la sua città natale. La voce ferma di Giorgio si incrina quando racconta del 23 marzo 1945, l’ultimo giorno in cui vide suo padre Gianni. Il tono si abbassa e le parole faticano ad uscire, ma la voglia di raccontare la sua storia rimane. La guerra è finita, ma l’odio persiste, Gianni Gorlato viene sequestrato e portato di peso fuori da casa sua la notte del 3 maggio 1945. Giorgio ci racconta il dolore della madre, la voglia di sapere cosa fosse successo al marito, e l’arrendevolezza della donna dopo aver trovato solo porte sbattute in faccia. Di Gianni Gorlato non si sa ancora che fine abbia fatto, possiamo solo immaginarlo.
Ora sorride, ci mostra una foto di lui, cultore del basket, con Michael Jordan, che ha avuto il privilegio di arbitrare; la guarda con gli occhi di chi viene catturato da un ricordo limpido che porta con sé felicità: la sorregge come un santino.
Ci raccomanda di essere sempre curiosi, di avere coraggio nelle nostre scelte e di farci trovare pronti al transito del treno che: “per ognuno di noi passa una volta nella vita”. Conclude con un sorriso sereno, in pace, di chi non ha nulla da rimpiangere ma si gode la vita, perché consapevole del suo valore e della sua bellezza incommensurabile.
Ci sono state raccontate tre pagine di storia intrise di dolore, storie da cui possiamo soltanto ricavare insegnamenti preziosi. I tre testimoni, seppur con percorsi diversi, ci hanno reso partecipi delle loro piccole storie senza rancore o desiderio di vendetta, con la luce della speranza negli occhi e il sorriso di una pace ritrovata sul volto. La loro speranza siamo noi giovani, che siamo il presente, ma saremo anche i protagonisti della storia. Ci invitano a  non dimenticare, a saper prendere una posizione e ad essere flessibili per cogliere ogni sfaccettatura della vita.