di Valentina Segatti

“Il tempo e l’acqua” è un libro dello scrittore islandese Andri Snær Magnason, pubblicato nel 2019 dalla casa editrice Iperborea e vincitore del premio Terzani 2021.
“Il tempo e l’acqua” racchiude già nel titolo la sua essenza: il tempo che scorre e il livello dell’acqua che si alza. Sarebbe svilente descrivere questo libro come un semplice saggio, rappresenta infatti la sintesi di vari generi letterari, tra cui il genere biografico, saggistico e scientifico-divulgativo.
Abbiamo iniziato a correre, e con noi la natura. La velocità è diventata la parola chiave del marketing, ma al tempo stesso anche della distruzione. Il cambiamento è parte integrante della natura, il tempo passa e i paesaggi mutano con esso, ma il ritmo che il cambiamento ha preso è un ritmo mai visto prima, stiamo correndo a 100km/h in una strada di città. D’altronde, come disse Gandhi, “La Terra può soddisfare il bisogno di tutti, ma non l’avidità di tutti”.
Magnason ci racconta senza peli sulla lingua ciò che non vogliamo vedere, utilizza parole che rimbombano costantemente sui social e sui tg: riscaldamento climatico, innalzamento del livello dei mari, acidificazione degli oceani. Parole che siamo così tanto abituati a sentire che ormai non ci diamo più nemmeno importanza. L’autore allora ci dice tutto quello che ne consegue: la distruzione delle barriere coralline, la sesta estinzione di massa delle specie animali nella storia della Terra, l’elezione di un vulcano ambientalista. Cosa significa per un vulcano essere ambientalista? La scienza ci dice che nel 2010 il vulcano islandese Eyjafjöll, eruttando, ha bloccato per quasi una settimana tutto il traffico aereo. I vulcani, eruttando, producono una quantità ingente di CO2, ma soltanto il 40% rispetto alle emissioni che le linee aeree producono quotidianamente. L’Eyjafjöll, con i suoi fumi, è riuscito a ridurre di tonnellate la concentrazione di CO2 nell’aria.
Siamo abituati a nasconderci dietro a dati scientifici, che siamo soliti affrontare principalmente in due modi: o come se fossero parole di una lingua a noi così lontana da esserci estranea, intraducibili e inaffrontabili, per cui non abbiamo la pretesa di capire queste parole che ci sembrano immagini sfocate di una realtà a noi conosciuta. Oppure usiamo l’arroganza, che siamo soliti usare nei momenti più inopportuni. Se sentiamo che il livello del mare si è alzato di 20 cm, dov’è il problema? 20 cm sono meno di una spanna, possiamo tranquillamente passarci sopra, è un problema che affronteremo più avanti, senza fretta.
Paradossale che non sappiamo ancora dove è lecito o meno usare la velocità.
Magnason è islandese, i ghiacciai sono parte della sua realtà, non sono solo foto sui libri. L’autore ci rende parte della sua infanzia, delle storie che i nonni gli raccontavano da piccolo o da grande, e lascia immaginare al lettore il tono malinconico di un passato ormai lontano.
Il 16 luglio 1945 ci fu il primo test per un’arma nucleare, questa data rappresenta il giorno  in cui l’uomo ha lasciato tracce indelebili su tutta la superficie del pianeta. L’uomo da quel giorno non è più un semplice ospite della Terra, rappresenta un pericolo per la natura, di cui lui stesso è parte. È iniziata l’epoca dell’uomo, una nuova epoca geologica in cui gli effetti dell’uomo aumentano esponenzialmente, a differenza della biodiversità che ha preso la rotta opposta.
Questa è l’epoca dei cambiamenti, cambiamenti a cui non abbiamo imparato a star dietro.
Stiamo cercando di limitare i danni, d’altronde stiamo già convivendo con gli effetti collaterali delle nostre azioni e scelte, ma non ci è più permesso di porvi rimedio, o almeno, non completamente. L’Okjökull è un “non-più-ghiacciaio”, esso ha infatti perso il titolo di ghiacciaio, diventando il primo ghiacciaio islandese a perderne il titolo a causa del riscaldamento globale. L’Okjökull è la prima di tante altre calotte glaciali che, se la realtà non cambia, si ritireranno, perdendo la loro essenza intrinseca. I ghiacciai, affascinanti e misteriosi, visti come delle presenze costanti e immutabili, si sono dimostrati fragili ed effimeri, o almeno, l’uomo è riuscito a renderli tali.
Il tempo scorre e l’unica impronta che avremo lasciato su questo pianeta potrebbe essere l’impronta della distruzione.
Magnason, dopo pagine e pagine di parole ferocemente oneste, ci racconta, con parole speranzose, le nuove scoperte che potrebbero cambiare il percorso della storia, che potrebbe essere non troppo tragica se affrontata con la giusta urgenza.