ESITI DEL COP 28

di Lorenzo Tosoratti

Solo poche settimane fa si è conclusa la 28a conferenza della Convenzione delle Nazioni Unite sui Cambiamenti Climatici (UNFCCC), il COP 28.  Già dall’inizio della conferenza, però, l’evento era passato inosservato, quasi nascosto dalle grandi testate, menzionato in un piccolo angolo del giornale oscurato dai grandi temi caldi dei conflitti internazionali. Il fatto testimonia come la tematica della crisi ambientale stia progressivamente scomparendo dai notiziari, quasi a far sembrare che il problema non sia più parte delle nostre vite. 

La verità è tuttavia ben diversa; i risultati quasi deludenti, secondo alcuni, della conferenza dovrebbero farci comprendere quanto la crisi ambientale non sia solo una parola stampata su qualche pagina, o qualcosa andato di moda qualche anno fa, ma sia tuttora una minaccia per il mondo come lo conosciamo.

L’ ACCORDO

Con la conclusione dell’accordo alla fine della conferenza, gli stati contraenti si sono impegnati a ridurre ingentemente le emissioni, finanziando e promuovendo l’abbandono dei combustibili fossili entro il 2050, tuttavia è stata lasciata fuori dalla dichiarazione finale l’espressione “abbandono definitivo”; alla conferenza, infatti, sono state definite delle linee guida molto vaghe, che prevedono la diminuzione dell’uso dei combustibili fossili senza definire in modo più dettagliato le modalità. Inoltre bisogna sottolineare che nel documento si richiede la riduzione dell’uso del combustibile fossile solo in ambito energetico, senza citarne l’utilizzo per la creazione di materiali in ambito industriale, senza stabilire nessun tipo di regolarizzazione o limitazione, lasciando così ancora spazio alla produzione smodata di materiali plastici e imballaggi. Il documento definitivo, in aggiunta, lascia molte scappatoie agli stati contraenti, impedendo così di ottenere un’efficace transizione energetica che permetta all’uomo di rimanere entro la soglia di riscaldamento di +1,5ºC rispetto ai livelli preindustriali. Il documento risulta essere una raccolta di disposizioni ampollose ma sostanzialmente vuote, prive di qualsiasi obbligo effettivo per gli stati firmatari, senza nessuna linea guida o piano concreto per affrontare la crisi che sta travolgendo una popolazione inconsapevole, indifferente. La responsabilità dell’inconsistenza del documento finale può essere ricondotta anche alla decisa inadeguatezza dello stato ospitante: gli Emirati Arabi Uniti. I grandissimi produttori di combustibile, infatti, hanno ospitato la conferenza, presieduta dal noto signore del petrolio Al Jaber, inoltre si è registrata una presenza di lobbisti dei combustibili fossili senza precedenti, che hanno spinto durante la stesura per l’uso della perifrasi “diminuzione” non “eliminazione” dell’uso di carburanti fossili, rendendo così il trattato pressoché inutile. Durante il primo giorno del COP 28, infine, gli stati partecipanti si sono accordati per la messa in funzione di un fondo che ammonta ora a circa 420 milioni di dollari per il sostegno delle aree più colpite dalle catastrofi climatiche più gravi, come le ricostruzioni post-alluvione nelle zone più a rischio. Il fondo, tuttavia, è costituito da una cifra insufficiente ed esigua rispetto ai guadagni generati dalla produzione di combustibili fossili, che non può al momento garantire riparazioni e azioni efficaci nelle zone afflitte da questi disastri naturali. Gli stati più industrializzati, quindi, nonostante il loro grandissimo impatto sulle emissioni di gas serra globali, non hanno contribuito in modo da poter garantire alle nazioni in via di sviluppo una tutela per le conseguenze di una crisi di cui non sono responsabili ma che rischia di danneggiare le loro economie in modo irreversibile. 

UNA SOCIETA’ INEFFICIENTE

La vera problematica alla base dell’inefficacia nella gestione della crisi climatica tuttora in atto è l’indifferenza, la tendenza delle persone e dei governi ad agire nel modo più comodo e semplice senza pensare agli effetti sul lungo termine o all’etica.
Viviamo in una società dove le multinazionali, per ridurre i costi di produzione e smaltimento, dislocano le filiali in stati dove i diritti umani sono totalmente assenti, come peraltro le norme sulla protezione dell’ambiente e sulla limitazione delle emissioni.
Viviamo in una società dove i finanziamenti arrivano solo per riparare gli effetti di una crisi che ci si ostina ad ignorare semplicemente perchè è più facile. Il governo continua a elargire finanziamenti per le ricostruzioni piuttosto che pensare a un piano per la prevenzione, solo perché sul breve termine risulterebbe più economico, ignorando invece come sia inevitabilmente insostenibile sul lungo periodo.
Viviamo in una società che ha prodotto emissioni in modo smodato per secoli, distruggendo interi ecosistemi e mettendo a serio rischio l’intero pianeta solo perché le conseguenze di ciò che stavano causando non sarebbero ricadute sui loro artefici.
Viviamo in un mondo che continua a gioire dopo aver fatto il primo passo verso il cambiamento, scrivendo promesse su un foglio di carta, dimenticandosi di dover fare il secondo.  Viviamo in un mondo sbagliato, dove l’indifferenza regna sovrana.
Continuiamo a ignorare un problema che ci sembra lontano, guardando eventi disastrosi che accadono al capo opposto del pianeta, comodamente seduti sul nostro divano, illudendoci che quello che vediamo non ci toccherà, perchè per l’uomo è più facile, davanti all’ennesima notizia di un disastro, cambiare canale rispetto a pensare sia il momento di agire. 

E solo alla fine, quando l’uomo non saprà più da che parte girarsi per negare l’evidenza, capirà che l’indifferenza sarà stata il suo carnefice.