di Luca Iogna Prat, 4D

Perché, alla fine, apprezzare l’inventiva, i personaggi, la bravura degli attori è facile. È cogliere il significato profondo, sentirsi parte della rappresentazione, provare le emozioni che l’autore vuole trasmettere, che è difficile: è per questo che magari spesso ci piace il teatro, ma non tutti davvero ne sono interessati profondamente.

Immedesimazione e catarsi

Questa riflessione nasce dallo spettacolo “Hamlet, Prince of Sweden” di Tom Corradini: una rappresentazione che non solo sottolinea la grande importanza dell’immedesimazione in ambito teatrale, ma ne fa uno dei punti cardine attorno ai quali si sviluppa l’intreccio.
Che l’immedesimazione dello spettatore sia una delle chiavi del teatro, d’altronde, si è sempre saputo.
I Greci, a cui si deve l’invenzione di questa eterna forma d’arte, già mettevano in evidenza l’importanza dell’immedesimazione quando si assiste ad una rappresentazione. Questa prendeva il nome di “catarsi”: la purificazione dello spettatore tramite le emozioni forti provate.
Aristotele teorizza queste idee, che rivelano la straordinaria importanza data al teatro come qualcosa che può davvero purificare l’anima.
Per giungere a ciò, però, ovvero a provare emozioni così forti, è necessaria un’esperienza teatrale completa, immersiva: per questo servono una storia ben articolata, personaggi costruiti nella maniera più realistica possibile, temi non scontati né eccessivamente complessi, ma significativi per la realtà di tutti i giorni, attori che sappiano trasmettere le emozioni perché loro stessi travolti dai sentimenti, dalle sofferenze, dalle passioni, dalle caratteristiche dei ruoli che interpretano. In più, un elemento che molti sottovalutano, ma che sicuramente contribuisce all’immedesimazione, è l’importanza dell’immaginazione.
È noto come fosse strutturato il teatro greco, ed anche il teatro dell’epoca vittoriana: all’aperto (dunque senza sfondi adeguati alle situazioni né possibilità di una giusta collocazione temporale relativamente al momento del giorno e alla stagione dell’anno) e con attori maschi (anche per i ruoli femminili).
Insomma, molto sta al pubblico, all’immagine che si crea negli occhi di chi guarda.
Proprio questo sforzo, necessario se si vuole seguire la storia, porta a concentrarsi solo e solamente sullo spettacolo, riuscendo dunque ad entrare con tutti se stessi nella rappresentazione, così da essere trasportati al meglio tra le vicende dalla bravura di chi ha scritto il copione e dalla maestria degli attori.
Un’immaginazione, dunque, che porta lo spettatore a cogliere i più piccoli dettagli dello spettacolo. Un’immaginazione che oggi, probabilmente, viene a mancare sempre di più.

Un percorso di avvicinamento

Per arrivare a comprendere tutti i temi del teatro c’è sicuramente bisogno di un percorso di avvicinamento: e vale la pena intraprenderlo, perché porta ad una maggior conoscenza di sé, delle emozioni, delle sofferenze, delle passioni che la vita ci mette davanti, permettendo di raccontare tutto ciò al protagonista della rappresentazione.
Un percorso che viene sapientemente rappresentato nello spettacolo “Hamlet, prince of Sweden”, in cui uno dei tanti, significativi temi trattati è proprio l’incontro del protagonista, da ragazzo, con il mondo del teatro.
Ma se si parla di avvicinamento, da parte di un ragazzo, al mondo del teatro, non può non venire in mente un celebre quanto memorabile esempio cinematografico. Si parla del film “L’attimo fuggente”, in cui è il protagonista Neil Perry ad avvicinarsi alla recitazione, con conseguenze a dir poco terribili: ma la storia raccontata nel film ci aiuta a scoprire appieno tutte le potenzialità del linguaggio teatrale. Soffocato da un padre che lo vuole indirizzare verso una carriera predefinita, dati i molti sacrifici fatti per garantire la migliore istruzione al figlio, il giovane Neil scopre, anche ispirato dalle idee del nuovo professore di letteratura, che è molto bravo a recitare, e decide di proseguire sulla strada del teatro, all’insaputa del padre. Applicandosi con una passione che non aveva mai avuto per gli altri studi, ottiene la parte principale nella commedia di Shakespeare “Sogno di una notte di mezza estate”.
È al settimo cielo: il teatro l’ha cambiato, l’ha reso finalmente libero. Giunge però il giorno in cui il padre di Neil scopre tutto ed impedisce al figlio di partecipare allo spettacolo finale. Spaventato, Neil non ha il coraggio di confessare la sua passione e le sue volontà al genitore, ma partecipa ugualmente alla commedia. È la sua realizzazione: autore di una performance strabiliante, lascia a bocca aperta chiunque: il professore, gli amici, i colleghi attori. Chiunque, ma non il padre, che assiste allo spettacolo. Ed è in una scena dalla tensione altissima, davvero da brividi, che emerge quanto possa essere potente il linguaggio teatrale: mentre tutti gli spettatori si godono il discorso finale di Puck, il personaggio interpretato da Neil, il ragazzo rivolge le sue parole, straordinariamente calzanti, al padre, il cui sguardo sostiene, finalmente, con coraggio.
Il linguaggio teatrale l’ha portato ad una libertà che non aveva mai provato, gli ha dato la gloria, il rispetto, l’ammirazione del pubblico, gli ha dato finalmente la forza di dire cose che non aveva mai saputo esprimere, dimostrando la straordinaria capacità che ha il teatro di ricalcare la realtà, adattarsi ad una lettura individuale da parte dello spettatore, che può trarre un personale insegnamento dallo spettacolo. 

Uno specchio del presente

Abbiamo appena parlato di come le potenzialità del linguaggio teatrale sono rappresentate in un film.
Ecco, proprio il cinema merita un confronto con il teatro, perché le differenze tra queste due forme d’espressione artistica fanno emergere interessanti conclusioni.
Un palco da una parte, uno schermo dall’altra. Attori lì, a pochi metri, o attori visti solo attraverso la videocamera. La diretta, qualcosa di palpabile davanti, o due dimensioni, artificiosità, preparazione. Lavoro di immaginazione, con sfondi minimi o assenti, o effetti speciali, possibilità di salti spaziali e temporali con estremo realismo.
Il collegamento è sorprendente: cinema e teatro sono specchi di due tipi di società diverse, di due modi di vivere differenti.
Da una parte la società moderna, artificiosa, riempita di schermi, dove tutto ci sembra raggiungibile ma allo stesso tempo intangibile, vicino e lontano. Realismo, innovazione tecnologica, eppure inganno. Tutto ciò che ci viene messo davanti è preparato e studiato, selezionato, vero o falso non fa differenza. Il ritmo incalzante, nessun respiro: il cinema rispecchia il mondo di oggi.
C’è chi invece ricorda un mondo più genuino, con meno effetti speciali, tutto più legato al contatto diretto, all’immaginazione di un uomo, senza la presunzione della perfezione, ma legato all’umanità anche dell’errore.
Due mondi opposti, eppure entrambi con pregi e  difetti.
Magari, leggendo le due descrizioni, si coglierà un leggero astio nei confronti della società moderna, vista come una strada troppo estrema su cui stiamo correndo a massima velocità.
Eppure, in fondo quanti vantaggi ci porta, ritornando a parlare di cinema, il realismo che si riesce a raggiungere, la possibilità di organizzare al meglio musica e recitazione, provando e riprovando ogni scena?
Vale la pena, però, abbandonare il gusto dell’improvvisazione, il bello della diretta? Parte della risposta è chiaramente individuale e dipende dal gusto personale. Ciò che sarebbe ideale è chiaramente un’unione tra le due strade, perché, come abbiamo visto dall’esempio de “L’attimo fuggente”, quando si incontrano non può che realizzarsi qualcosa di grandioso…