di Desiree Saccavini agosto 2023
Cara mamma e caro papà,
non so se sia corretto chiamarvi così, ma non conosco nemmeno i vostri nomi, quindi non posso fare altrimenti. Devo ammetterlo fin da subito, non mi sono mai interessata troppo della vostra identità: vi ho sempre custodito nel mio passato per vivere adeguatamente il mio presente e per sognare e progettare un futuro ancora migliore. Tale espediente, che potrebbe nascere da un peccato di arroganza o egoismo, mi ha aiutato a vivere al meglio la mia infanzia, la mia adolescenza, insomma l’intera mia crescita. Questa sera d’estate, però, sento il bisogno di raccontare un po’ di noi, anche se un NOI non è mai veramente esistito, o perlomeno non c’è nella mia memoria, di conseguenza proverò a raccontare un po’ la nostra storia dal mio punto di vista.
Sono passati molti anni ormai. Ora io sono una madre, una donna e una moglie. Ovviamente non mi ricordo delle vostre facce. Non mi sono rimaste impresse le vostre espressioni quando mi avete lasciato in un posto che non conoscevo. Non mi ricordo come siano andate esattamente le cose: da un momento all’altro sono rimasta sola in attesa di qualcuno che mi venisse a riprendere. L’unica cosa che mi è rimasta chiara e indelebile è la paura.
A sei anni mi sono ritrovata in una nuova famiglia, anzi, a sei anni mi sono trovata per la prima volta in una famiglia. Chissà quante istruzioni sono state date ai miei genitori nel momento dell’adozione, prima fra tutte: “da maneggiare con cura”. Un po’ come se fossi un pacco. Avete presente, vero? Uno di quei pacchi fragili che vengono da lontano con costi di spedizione esorbitanti.
Il tempo trascorso prima l’ho totalmente cancellato e probabilmente dovrei dare ragione a Freud in questo momento. Di certo a sei anni molte cose non le capisci, però ciò che ti sta attorno non puoi fare a meno di non vederlo. A quell’età si ha già un bagaglio di ricordi, esperienze e affetti, per quanto doloroso, nel mio caso, esso sia. Nel momento dell’adozione, però, la tua storia, la tua lingua, le tue origini e persino il tuo nome vengono cancellati e all’incirca in un mese ne hai di nuovi, quelli che ti hanno affidato i tuoi genitori. La verità è che sono stata costretta a rimuovere ciò che ero per diventare “altro”, un po’ come ha fatto il Mattia Pascal di Pirandello, con la sola differenza che lui aveva molta più libertà tra le mani.
Chissà cosa sarebbe successo se solamente fossi rimasta quella che ero. Chissà quale altra vita avrei vissuto. Chissà qual era la vita che mi è stata assegnata per la prima volta. Io ora abito in Italia e chissà voi dove siete. Magari siete rimasti nella nostra Colombia, dove spero un giorno di tornare…vorrei cercare tra le vie della capitale quella vecchia me che non trovo nella mia mente.
Gli ostacoli da superare sono stati tanti… All’inizio non ti senti compreso da nessuno, perché il primo a non riuscire a comprenderti sei proprio tu. Non capisci chi sei e chi ti abbia messo lì, però poi ti rendi conto che non ti resta nient’altro che creare una nuova te partendo da zero e osservando ciò che ti circonda.
Sono cresciuta senza di voi al mio fianco. Generalmente non mi piace riflettere su questo argomento, non mi interessa che tutti sappiano la mia storia, una storia che nemmeno io conosco bene. Non voglio far pena agli altri, perché gli altri non devono assolutamente pensare che io sia stata solo male. Ho imparato a vedere l’adozione come un più, piuttosto che un meno.
Posso dire di essere stata messa al mondo due volte. La prima volta la mia mamma biologica mi ha fatto nascere dalla sua pancia portandomi in grembo per nove mesi, poi la seconda volta la mia mamma adottiva mi ha fatto nascere dal suo cuore dopo avermi tenuta lì per tutti quegli anni in cui mi aveva cercata. Non ho potuto scegliere nessuna delle due volte; non ho potuto scegliere il dove, il quando, il come e soprattutto con chi.
A sei anni avevo bisogno di due genitori e quelli che ho ricevuto mi stavano cercando da tanto. Anche loro avevano bisogno di una figlia. Ed ecco che dopo la paura giunge sempre la gioia.
Certe volte cerco naturalmente delle risposte. Vorrei sapere se sono stata veramente sola oppure se a fianco a me c’era un fratello o una sorella. Vorrei sapere da chi ho preso questo nasino a patata, questa carnagione, questi occhi marroni, queste forme del mio corpo. Vorrei sapere se fate ancora parte di questo mondo, se magari avete provato a cercarmi. E ora l’elenco potrebbe farsi lunghissimo; a pensarci bene le cose che vorrei sapere sono veramente tante e forse per questo ho sempre chiuso l’argomento, ho sempre preferito fare un passo indietro piuttosto che uno avanti.
Non ve ne faccio una colpa, dev’essere stato difficile anche per voi: abbandonare ciò che avete generato è sicuramente stato come abbandonare un’intera parte di voi stessi.
Avrei voluto avere almeno un ricordo di voi, un ricordo bello, intendo: un vostro sorriso, un vostro saluto. Continuo a pensare che non vi siate dimenticati di me.
Adottare è donare una famiglia a chi non ce l’ha. Dicono che l’unico requisito per formare una vera famiglia sia l’amore e voglio credere che questo non vi mancava. Forse non avevate solamente il coraggio di mostrarlo o le forze di cercarlo dentro di voi.
Bene, si è fatto tardi, tra i tanti “chissà” e “vorrei” vi voglio salutare, ovunque voi siate. Stanotte le stelle che mi hanno accompagnato nella scrittura sono più luminose del solito…
Sensibilità ed empatia rari. Grande ancora una volta, Desiree