di Alessandro Nadalin

Sono le sette di mattina di sabato 7 ottobre (sei ora locale) quando in diverse città israeliane suonano gli allarmi antiaerei. Subito dopo nei cieli si scorgono diversi colpi delle batterie anti aeree israeliane lanciate dai sistemi AA Iron Dome per intercettare i missili Qassam provenienti dalla striscia di Gaza. Nel corso della giornata si apprende che i miliziani appartenenti ad Hamas, gruppo politico e militare che risiede nei territori della Palestina, classificato dall’Occidente come terrorista, ne è l’autore. Oltre ai missili, l’attacco si è sviluppato anche via terra, infatti i miliziani hanno sfondato le recinzioni di confine con delle ruspe in 15 minuti ed alcuni video mostrano come alcuni di loro si siano introdotti in territorio israeliano utilizzando dei deltaplani.

Attacchi missilistici da parte di organizzazioni paramilitari contro Israele non sono una novità, infatti le sirene antiaeree sono risuonate più volte nelle città, ma il pericolo scompariva quando gli AIR DOME israeliani riuscivano ad intercettare i missili ostili. Si stima che la percentuale di missili abbattuti da Israele nel corso del tempo sia stata del 90%.
Inoltre, il governo di Tel Aviv risponde con raid aerei e bombardamenti a sua volta dando così inizio alla mobilitazione generale. “Cittadini di Israele, siamo in guerra!” Queste sono le prime dichiarazioni del primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu dopo l’azione.
Da quel momento la situazione è degenerata rapidamente, tra la presa di ostaggi, sia israeliani che stranieri, da parte di Hamas e i pesanti raid aerei dell’aviazione di Tel Aviv che hanno causato enormi perdite alla popolazione di Gaza. Il culmine di questa escalation è rappresentato dall’invasione terrestre di Gaza da parte delle truppe israeliane.
Ma qual è il vero piano di Hamas? Come ha fatto una milizia a fronteggiare uno degli eserciti più potenti al mondo?
Come affermato in una live di “Parabellum” (canale Youtube specializzato in analisi militari, diretto da Mirko Campochiari) il vero piano di Hamas non è sconfiggere Israele ma farlo apparire come il cattivo della situazione. Per fare ciò Hamas ha attaccato la parte di popolazione israeliana sostenitrice dell’idea di due stati, cioè i moderati, in maniera tale da scatenare la loro ira non contro il gruppo militare, bensì contro tutta Gaza. Così Hamas ha fatto in modo che Tel Aviv ottenesse pieno supporto dalla popolazione per l’invasione. Per suscitare l’ira israeliana, Hamas ha eseguito diversi attacchi ai Kibbutz, causando molte vittime tra i civili e rapendo svariati cittadini israeliani.
A questo punto l’esca per la trappola di Hamas è stata lanciata e Israele ci è caduto in pieno, dando inizio all’invasione terrestre. Hamas ha colpito non solo Israele, ma anche l’Autorità Nazionale Palestinese, in modo che il consenso verso quest’ultima calasse in loro favore.
A quel punto il problema per Hamas, dopo aver provocato il gigante mediorientale, era fare in modo che questo rimanesse per diverso tempo all’interno di Gaza cosicchèe le forze israeliane causassero enormi danni collaterali. Sfruttando i cunicoli che i miliziani stessi hanno scavato nel nord della striscia, Hamas ha limitato la superiorità tecnologica di Israele, infatti carri armati e artiglieria sono inutili sotto terra; inoltre di norma gli eserciti non si addestrano per  combattimenti in questi ambienti e ciò rende più difficile la situazione per l’esercito israeliano.
Hamas però agisce anche con alcuni attacchi in superficie: gruppi armati spuntano vicino ai Merkava, i carri armati israeliani privi di scorta terrestre, riuscendo a bloccarne alcuni a colpi di RPG (lanciarazzi portatile). Ciò però non basta ad eliminarli ma li mette fuori gioco per diverso tempo.

A questo punto la domanda sorge spontanea: Israele avrebbe potuto gestire la situazione in maniera differente?
Nella live di “Parabellum” sono emerse due ipotesi, ossia quella di Campochiari e quella di Stirpe.
Mirco Campochiari ha identificato come soluzione la creazione di due stati indipendenti, argomento discusso da diverso tempo, ma questa strada non è percorribile perchè al momento non ci sono possibilità che si formi un governo israeliano favorevole alla nascita di uno stato palestinese.
Come l’analista, il colonnello Stirpe concorda sull’impossibilità della creazione di un secondo stato ed inoltre critica la strategia israeliana. Egli Ribadisce come lo scopo di Hamas sia quello di ottenere una vittoria politica e non militare, perciò  afferma che l’invasione via terra di Gaza sia stata un errore: Israele si sarebbe dovuta limitare ad eseguire piccoli raid aerei per eliminare la fitta rete di tunnel costruita da Hamas e allo stesso tempo cercare di liberare gli ostaggi tramite la diplomazia.
Sempre secondo il colonnello, l’invasione comporta un altro problema: il combattimento urbano.
Israele ora si trova costretta a combattere a Gaza city e, come abbiamo potuto vedere in Ucraina, ciò comporta ancora più perdite, sia civili che militari, inoltre i soldati israeliani sono costretti a tenere il controllo degli edifici per evitare che essi tornino in mano ad Hamas.
Come si può constatare, la situazione nella striscia è molto delicata.

Ora però sorge un’ulteriore domanda: qual è stata la risposta delle altre nazioni di fronte a tale situazione?
I primi a intervenire sono stati gli Usa, che fin da subito hanno fermamente condannato l’attacco di Hamas e ribadito il loro pieno supporto all’alleato israeliano. L’obiettivo principale di Washington era quello di impedire che il conflitto si estendesse a Gaza o che esso coinvolgesse addirittura altre potenze come l’Iran, infatti gli Usa hanno tentato senza successo di convincere il governo di Tel Aviv a non attuare un’invasione terrestre nella striscia, in quanto essa avrebbe generato un enorme numero di vittime. La strategia suggerita dagli Usa ad Israele era quella di limitarsi a piccoli raid ed incursioni terrestri, mirate a respingere le infiltrazioni di Hamas, e nel frattempo negoziare per la liberazione degli ostaggi, strategia simile a quella proposta dal colonnello Stirpe.
L’arrivo delle due portaerei Ford ed Eisenhower è servito ad invitare il governo di Netanyahu a non compiere azioni avventate, oltre che a fornire uno scudo per evitare l’apertura di altri fronti.
Per quanto gli americani siano già presenti militarmente in zona, la loro intenzione è quella di non intervenire direttamente, a meno che le loro truppe non vengano attaccate o che Israele si trovi in una situazione critica.
Ormai gli Usa dubitano che Israele sia capace di prendere decisioni corrette e ciò si nota dal fatto che lo stesso presidente Biden debba volare verso il Medio Oriente per dire a Netanyahu quale potrebbe essere il vero interesse dello Stato ebraico, ossia suggerire al primo ministro israeliano la maniera migliore per gestire la situazione senza generare gravi danni.
Le critiche arrivano dallo stesso apparato militare americano. Un colonnello della divisione pianificazione dell’aeronautica ha rilasciato queste dichiarazioni: “Israele ha fallito a livello strategico, operativo e tattico. Non è riuscita a decapitare, paralizzare, accecare né a generare altro effetto che ledesse sostanzialmente la volontà o l’operatività del nemico”.
La critica finale ha riguardato l’assenza di un progetto post-guerra per la guida di Gaza. “E poi? Chi guiderà Gaza?” così si esprime in merito alla questione Federico Petroni in un suo articolo su “Limes”.
Il governo americano, tra cui lo stesso Biden, ha avanzato la proposta di riaprire i negoziati con i palestinesi per arrivare ad una soluzione pacifica del conflitto, ponendo sul tavolo la creazione di due stati separati, strategia ad oggi impossibile da attuare.

La guerra in Israele gioca anche da fattore di vantaggio per gli avversari politici di Tel Aviv, ma più in particolare per quelli di Washington.
Con lo scoppio di un nuovo conflitto non solo si è riaffermata un’opinione negativa degli Usa negli stati non filo-occidentali, ma ciò ha anche favorito le grandi potenze rivali, in particolare l’Iran.
Il governo di Teheran è il primo ad aver elogiato le azioni di Hamas, in quanto questa guerra aumenta l’indole autodistruttiva di Israele ed indebolisce lo Stato ebraico, permettendo all’Iran di liberarsi dell’ultimo vero avversario nella zona medio orientale.
È dagli anni Settanta, dopo la caduta degli Shah, che il governo di Teheran desidera allargare la sua sfera di influenza all’intero medio oriente. Negli anni Ottanta avvenne il primo tentativo, ma fu bruscamente fermato dall’Iraq di Saddam. che invase il paese rivale causando una guerra che durò dal 1980 al 1988, terminata con uno stato di parità. Nessuno aveva vinto.
Dopo la caduta di Saddam, l’unico baluardo rimasto a fronteggiare l’Iran è proprio Israele. Il governo di Teheran sa che deve liberarsi di Tel Aviv per avere piena libertà di attuare i suoi piani, ma non può farlo direttamente perché attirerebbe su di sé l’ira degli alleati dello Stato ebraico, ovvero gli Usa. Per evitare un confronto diretto, si è limitato a generare disordini nella zona tramite l’aiuto di associazioni come Hamas ed Hezbollah (Libano), gruppi che lo stesso gigante mediorientale ha supportato e, come nel caso del gruppo libanese, finanziato.

Ad oggi (17/11/2023) la situazione rimane ancora tesa e non si sa se si arriverà ad una risoluzione diplomatica.
Riporteremo i prossimi aggiornamenti nella prossima edizione, perciò continuate a seguirmi sul l’Intrepido

Parabellum Live #254 ⁍ Guerra in Israele – La strategia Israeliana – con: Gen. P. Capitini & Col. Orio Stirpe
-Federico Petroni, L’America e il dilemma della Guerra Grande, in Limes n°10, 2023
-Kobi Michael e Ori Wertman, I nemici alla finestra su Israele aleggia l’ombra della guerra, in Limes n°3, 2023