Di Pierluigi Maranzana
Ormai era una quindicina d’anni che lavoravo alla Motorizzazione. Ogni giorno vedevo centinaia di persone tentare di superare l’esame della patente. Li osservavo seduti in sala d’attesa, mangiati dall’ansia e dalla paura e, dopo circa quaranta minuti, scorgevo gli stessi volti esplodere di gioia o di disperazione.
Come ogni mattina arrivai una decina di minuti in anticipo, faceva particolarmente freddo e c’era molto vento. Presi dal cruscotto della mia fidata FIAT Punto il taccuino e il telefono, ed entrai in ufficio. Devo essere sincero: in questi quindici anni non mi sono ammazzato di lavoro. Dovevo raccogliere qualche pratica, dire a qualcuno che aveva superato l’esame, oppure che era stato respinto e rispondere a qualche chiamata. La maggior parte del mio tempo lo passavo scrutando l’ampio viale davanti all’ufficio. Macchine di ogni genere sfrecciavano verso direzioni ignote. Meditavo e mi immaginavo le vite di chi guidava quelle autovetture.
Per questa mio mia eterna propensione alla riflessione ero stato soprannominato “Socrate”, un nomignolo di cui andavo particolarmente fiero.
Cinque minuti all’apertura. Iniziavano a vedersi, al di là del cancello, i primi volti degli esaminandi.
L’orologio segnava le otto e vidi entrare le prime persone nel cortile interno. I primi ad entrare erano due individui che sembrava provenissero da sistemi solari differenti: a sinistra un ragazzo alto, biondo con un lungo cappotto che arrivava fino ai piedi che camminava con un’andatura ingessata, degna di una statua, accompagnato da un manipolo di familiari; a destra, invece, un ragazzino basso con dei pantaloni larghi e malmessi e con un maglione di almeno due taglie in più camminava trascinando i piedi e fumando una sigaretta. Era solo e, dalla camminata e dal vestiario, sembrava si fosse svegliato dal letargo cinque minuti prima.
Preso dalla curiosità andai a controllare le pratiche per conoscere i nomi di questi due individui che avevano così colpito la mia attenzione. Antonio e Kevin.
Entrarono nella saletta d’attesa, sedendosi a pochi posti di distanza. La famiglia di Antonio circondava il ragazzo, palesemente a disagio, elogiando le sue grandi capacità. “Il mio Antonio ha appena preso 9,5 nella versione su Cicerone… è davvero uno studente eccellente, va verso la lode, dicono gli insegnanti” diceva quella che poteva essere la madre. “Non scordiamoci della bellissima prestazione che ha fatto l’altro giorno al torneo del circolo” disse il padre; “non ho mai visto nessuno battere così veloce, sembrava Sinner” disse un altro uomo. In quel manipolo di gente scorsi anche una signora che teneva un mazzo di fiori. Lo sguardo del ragazzo era invece statico, come se fosse posseduto da uno spirito. Batteva il piede nervosamente e sembrava chiuso in una bolla.
L’altro si era stravaccato sulla sedia e stava lentamente chiudendo gli occhi. Presi la pila di pratiche con l’ordine degli esaminandi. “Kevin Chiffi” urlai. Lo vidi sobbalzare ed alzarsi barcollando inciampando nella sedia di fronte.
I suoi occhi arrossati puntavano diritto verso di me, come volesse scrutarmi dentro. Passò vicino alla famiglia di Antonio, urtando il padre. “Attento ragazzo!” sbraitò l’uomo pulendosi i vestiti. Gli altri lo guardavano come se stesse passando un appestato. Kevin rimase impassibile continuando la sua sbilenca camminata. “Buona fortuna” gli dissi, indicando la porta con un cenno del capo. “Antonio Cesare Maria Costanzo” dissi. Lo vidi alzarsi e avviarsi verso la sala; non avevo ancora sentito la sua voce. “Forza amore, rendici fieri” disse la madre. “Fra un paio di mesetti questa sarà tua” disse il padre agitando un mazzo di chiavi di una Porsche. Gli augurai buona fortuna e gli indicai la via. Non avevo mai visto uno sguardo così spaventato, sembrava quello di un cerbiatto di fronte ad un cacciatore.
Entrai nella sala e diedi i documenti all’esaminatore. Erano seduti vicini. Così vicini ma allo stesso tempo così distanti.
“Gli accompagnatori sono pregati di uscire dalla sala” disse Laura, la mia compagna d’ufficio, che era appena entrata. “Quel ragazzo, Kevin, lo conosco: era un amico d’infanzia di mio figlio. Era solo, ma nonostante tutto aveva una forza di volontà incredibile. Speriamo che non sia entrato in brutti giri… tifo per lui. Speriamo che passi” mi disse mentre chiudevamo la stanza.
Dopo circa cinque minuti Kevin uscì e, lasciando aperta la porta, si avviò fuori. Antonio finì per ultimo, e si allontanò con un’espressione affranta. Con un passo lentissimo si avviò verso l’uscita. Pareva un astronauta tornato sulla Terra dopo anni nello spazio.
Appena uscito, una pioggia di spumante lo accolse e fiori volarono sul suo capo. Si girò intorno cercando di trovare uno sguardo che davvero lo capisse, uno sguardo davvero amico. Kevin era seduto per terra e si era appena acceso una sigaretta. I due si scambiarono uno cenno ma subito dopo, Antonio, fu ricatturato dal vortice di attenzioni della sua famiglia.
“Tieni, Socrate” mi disse Paolo, l’esaminatore, porgendomi il fascicolo con i risultati.
Uscii dalla porta e richiamai l’attenzione della folla. “Kevin Chiffi.. idoneo”. Vidi un abbozzo di sorriso sul suo volto. “Grazie” mi disse allontanandosi.
“Antonio Cesare Maria Costanzo… respinto. 10 errori. Mi dispiace”
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