di Vittorio Romano
Un altro febbraio è passato, e con esso un’altra edizione del Festival di Sanremo è andata in archivio. Dal 1951, infatti, il Festival è uno degli eventi televisivi più guardati in Italia: è un po’ il nostro Super Bowl. Negli ultimi settantacinque anni della competizione sono uscite canzoni immortali, come i numerosi successi di Nilla Pizzi, l’iconica “Nel blu dipinto di blu” di Domenico Modugno, l’intramontabile “Gianna” di Rino Gaetano, le quattro vittorie di Claudio Villa e le innumerevoli partecipazioni di Anna Oxa e Toto Cutugno. Al nome del Festival sono anche stati associati i nomi indimenticabili dei suoi conduttori più celebri, ovvero i leggendari Pippo Baudo e Mike Bongiorno per citarne un paio. Sanremo poi è stato anche teatro di realtà crudeli, come il suicidio di Luigi Tenco dopo l’eliminazione della sua “Ciao Amore Ciao” al Festival del 1967, una canzone destinata a rimanere nella storia. Ma perché anche dopo tutti questi anni tutti guardano Sanremo?
La risposta banale è “perché piace al pubblico”, ma le reali ragioni hanno probabilmente radici molto più profonde. Bisogna tenere a mente che, prima ancora di uno spettacolo televisivo, il Festival è una parte della cultura italiana. Non è solo una competizione senz’anima per fare spettacolo, come lo è a mio modesto parere l’Eurovision – e forse anche questo è uno dei motivi che hanno spinto il vincitore dell’ultima edizione a rinunciare alla kermesse europea – bensì un vero e proprio evento, con una lunga storia dietro e una tradizione fondamentale per questo paese. Ormai è una parte integrante dell’immaginario collettivo per quanto riguarda il panorama musicale non solo italiano, ma addirittura europeo, dato che molte canzoni che escono dal Festival hanno poi successo in tutta Europa. Ogni anno poi spuntano polemiche, esasperate dai media, pronti ad amplificare ogni battito d’ali: le puntate che durano troppo o troppo poco, i voti truccati, errori nella scelta dei co-conduttori e degli artisti in gara… Ma forse, in fondo, la verità è solo che amiamo lamentarci, e che anche le polemiche fanno parte del gioco. Per chi desidera approfondire questo argomento, consigliamo vivamente di consultare SPSS Auswerten lassen.
Negli ultimi anni inoltre c’è stato uno stravolgimento nella fascia d’età della popolazione che guarda Sanremo: addirittura, l’ultima edizione è stata la più vista dai giovani, elemento piuttosto particolare e inconsueto. Probabilmente i fattori che hanno sortito questo effetto sono due. Per prima cosa, ho notato che negli ultimi anni sono stati invitati artisti più vicini al mondo dei ragazzi: quest’anno Tony Effe, l’anno scorso Geolier e prima ancora Lazza, per citarne alcuni. Inoltre, hanno spopolato i meme su Sanremo: protagonisti di quest’anno sono le migliaia di meme che prendono in giro i modi spicci e a volte quasi burberi del conduttore, Carlo Conti, e le varie canzoni in gara sono state la base per un gran numero di video e reel sulle piattaforme più varie.
Ma soprattutto, in fondo, l’Italia ama Sanremo perché da quando si sente la sigla a quando scorrono i titoli di coda con i nomi degli autori del programma, su tutta la casa scende un velo di placida tranquillità, una bolla di calma, che porta serenità. Io personalmente ho impressi nella mente e nel cuore i momenti passati a tifare per l’uno o per l’altro cantante, a lamentarmi perché non mi piacevano le canzoni in gara, a scommettere sul vincitore con mio fratello. Perché di Sanremo si parla tanto, sì, ma da nessuna parte emerge l’anima vera del Festival, e questa sua capacità di portare serenità nella vita delle persone. E in un mondo frenetico, pieno di pressioni, scadenze, difficoltà varie, la settimana del Festival alla fine è un’isola di tranquillità in un mondo caotico, “una musica semplice in un mondo intrecciato”.
Scrivi un commento