di Pierluigi Maranzana
Bentornati, cari lettori, nella rubrica di cinema del nostro giornalino scolastico. Anno nuovo, nuovi articoli, nuovi film di cui parlare. Oggi trattiamo di una pellicola di un regista di cui ho già parlato l’anno passato; oggi si parla di “Bande à part” di Jean-Luc Godard, uscito nelle sale francesi nel 1964.
Godard, reduce dalla grande produzione del film italo-francese “Il disprezzo”, rimasto con pochi fondi, girò, a basso costo e in poco tempo, “Bande à part”: un film molto simile a quelli girati all’inizio della sua carriera. Esso è infatti riconosciuto come uno dei capisaldi della “Nouvelle Vague” (movimento cinematografico francese nato alla fine degli anni Cinquanta che produceva film il cui obiettivo, come dichiarato dallo stesso Godard, era quello di catturare lo splendore del vero). Le pellicole erano caratterizzate dall’eliminazione di ogni elemento che potesse alterare la trasposizione della realtà: niente ricche scenografie (le scene erano infatti girate per strada oppure negli appartamenti dei registi), costose attrezzature e un personale, tecnici e attori, non professionista.
La pellicola narra la storia di tre giovani: Arthur e Franz (Claude Brasseur e Sami Frey), due giovani amanti della vita facile che girovagano per Parigi a bordo di una SIMCA cabriolet, e Odile (Anna Karina), giovane affascinante che vive dagli zii. Durante una lezione del corso di inglese che i tre frequentano insieme, la giovane si è lasciata sfuggire che nella soffitta di casa sua è conservata una grande quantità di denaro la cui provenienza è dubbia. Questo fatto sarà il perno su cui ruoterà la pellicola: i due ragazzi porteranno Odile in giro per Parigi sulla loro vettura, corteggiandola un po’ a testa per provare a estorcerle più informazioni possibili sul bottino, obiettivo del furto pianificato da Arthur e Franz. Tra le strade trafficate di Parigi e il fumo nei bar il loro rapporto si intensificherà, mutando da “triangolo-lavorativo” a “triangolo-amoroso”. Odile infatti cadrà nella trappola dei due; ma anche loro cadranno nella loro stessa trappola: infatti entrambi si innamoreranno della donna e dovranno giocarsi a sorta il loro destino.
Godard, con “Bande a Part”, riesce a portare sullo schermo un film in pieno stile “Nouvelle Vague” in cui la trama è solo un accessorio per mostrarci uno spaccato della vita reale di questi personaggi. Personaggi così realistici da risultare grotteschi. Odile è una ragazza ingenua, o per meglio dire una bambina, che cade ai piedi di un uomo senza sapere neanche cosa gli piace di lui; imbavagliata dall’amore non riuscirà, per l’intera durata del film, a ribellarsi a quello che i due giovani le impongono, arrivando a tradire la propria famiglia senza apparente rimorso. Franz è un ragazzo inesperto ma silenzioso, colto e sognatore, che riesce a sfruttare a pieno le situazioni in cui viene catapultato. Arthur è un uomo che ormai ha perso tutte le speranze nella vita, che non riuscendo a stare al passo con i tempi tenta un ultimo colpo per uscire dalla condizione di miseria che caratterizza la sua vita. Donnaiolo, abile con parole e gesti, proveniente da una famiglia malavitosa: questoè quello che traspare dal personaggio. Bisogna stare attenti però: il film non si concentra sulla psiche dei personaggi ma essa emerge da come si muovono, agiscono, parlano.
La narrazione è slegata, incoerente e piena di digressioni, ma sono proprio queste caratteristiche che rendono il film degno di essere definito capolavoro: chi ha una vita che prosegue in modo lineare, che non si allontana mai dalla via maestra? “Bande à Part” non è un’opera cinematografica che ha pretese di diffondere un messaggio, insegnarci qualcosa o cambiare il modo in cui vediamo il mondo. Esso ha il semplice, ma allo stesso tempo complicato, compito di narrarci una storia comune. Godard riesce a farlo in modo perfetto: la storia non è banale, le inquadrature, rapidissime a variare, riescono a trasmetterci completamente la frenesia che accompagna in molte parti la pellicola. L’elemento che mi ha colpito di più, durante la visione è stata la messa in scena: il fantastico bianco e nero che il regista utilizza alla perfezione riesce a portarci all’interno del film facendoci sentire parte della scena. Sembra di essere assieme a loro mentre viaggiano sulla SIMCA, durante l’iconica scena del ballo (ripresa anche da Quentin Tarantino) il juke-box sembra suonare a fianco a noi.
La pellicola si pone a esplicita imitazione dei film hollywoodiani di serie B (citati anche all’interno di esso). Ruolo importante appartiene allo stesso regista all’interno della pellicola: infatti egli è il narratore esterno.
Inutile dire che il film mi è piaciuto moltissimo è ha scalato in brevissimo tempo la classifica dei miei film preferiti: le atmosfere sono fantastiche, la drammaticità e la tensione crescono fino ad esplodere in un finale che riesce a concludere in modo perfetto. Le interpretazioni attoriali sono azzeccate per il loro scopo. Molte scene (tra cui quella del Louvre, che riesce a trasmettere perfettamente il clima misto di spensieratezza e drammaticità che caratterizza l’opera) sono iconiche, pluri citate e hanno conquistato un spazio speciale nel mio cuore.
Spero di avervi incuriosito a che vi recuperiate al più presto “Bande a Part” (che potete trovare in lingua originale su Prime Video).
A rileggerci!
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