Di Pierluigi Maranzana
Benvenuti nel mio articolo, sono Pierluigi. Durante quest’estate mi sono appassionato al cinema e, per questo motivo, ho deciso di inaugurare una rubrica sulla settima arte. Purtroppo, per analizzare approfonditamente un film, devo parlarne nella sua completezza. Quindi, se non lo hai ancora visto, che stai aspettando? Corri a vederlo e poi torna qui per vedere cosa ne penso e se sei d’accordo con la mia interpretazione.
Il dvd si può trovare alla mediateca di Udine presso il cinema Visionario in lingua originale.
La Chinoise
Il film di cui vorrei parlarvi è “La Chinoise” di Jean Luc Godard, uscito in Francia nel 1967. Nella pellicola viene narrata la storia di cinque giovani francesi di orientamento maoista radicale, nel periodo precedente al “maggio francese” (periodo di grandi contestazioni da parte di studenti e lavoratori, durante il 1968, in cui queste categorie scendevano in piazza per manifestare contro il sistema capitalistico dell’epoca) . Essi occupano un appartamento lasciato vuoto dai genitori di una di loro, Véronique, per inseguire i loro sogni di rivoluzione. In questo luogo, i cui muri vengono tappezzati da effigi di Mao e di altre figure cardine del pensiero comunista e le cui librerie sono riempite dal libretto rosso in molteplici copie, si organizzano incontri in cui si discute di arte, teatro e socialismo. Ma ai giovani non basta, perciò decidono di passare all’azione cercando di organizzare un attacco terroristico con obiettivo il ministro dell’istruzione dell’Unione Sovietica. Sarà proprio Veronique ad essere estratta a sorte per compiere l’atto. Questa decisione è il punto cardine: questa sua volontà di passare alla lotta armata la porterà a sacrificare la sua relazione con un’altro ragazzo del gruppo, Guillaume, aspirante attore, e l’integrità della cellula, in nome della rivoluzione. Il colpo va a buon fine (anche se in maniera tragicomica) ma ormai “il dado è tratto”: la stabilità del gruppo, visto l’addio di Henri (espulso con l’accusa di revisionismo) ed il suicidio di Kirilov, ormai Veronique è sola e abbandona, almeno formalmente, i suoi utopici ideali rivoluzionari. L’estate finisce, i genitori tornano a casa, i ragazzi abbandonano i sogni di rivoluzione e si avviano ad una probabile vita borghese.
Se pensavate di ritrovarvi davanti a un film propagandistico, in cui vengono supportate ed abbracciate le idee dei protagonisti, vi sbagliate di grosso: nonostante la nota vicinanza del regista alle idee marxiste , egli ritrae Veronique e compagni come degli alieni, avulsi dalla realtà. Questa visione dell’autore sui personaggi viene evidenziata anche da una scelta registica molto peculiare: le inquadrature sono statiche per lassi di tempo molto lunghi, regia che può essere paragonata a quella dei documentari sugli animali, dove vediamo telecamere statiche riprendere gli esseri nel loro habitat mentre svolgono le loro quotidiane azioni. La natura infantile, dei ragazzi, si può notare anche dal loro rapporto con altre organizzazioni mosse da ideali simili (come il PCF, che viene nominato molte volte): essi sono pronti a tranciare ogni possibile rapporto con esse alla prima differenzia ideologica, dichiarandole “revisioniste” e “serve del padrone” ed eliminando così, di fatto, tutte le reti di possibili alleanze.
La scena che esprime in modo più completo il significato del film è quella sul treno: la protagonista dialoga con Francis Jeanson, filosofo comunista (arrestato negli anni ‘60 in Francia per aver sostenuto gli indipendentisti algerini). Durante questo lungo scena, immersi nel fumo, il filosofo cerca di far ragionare la ragazza, evidenziando come la rivoluzione sia giusta solo se parte dalle masse e non dai singoli. Con questa sequenza l’autore non vuole evidenziare come le idee della protagonista siano sbagliate, ma che lo sia solo la sua interpretazione, estremista, di esse. Inoltre, Godard esprime la sua volontà di restare fedele ai propri ideali e ciò si può riscontrare anche in un’altra parte del lungometraggio: dopo essere stato cacciato dal gruppo, Henri diventa protagonista di una lunga intervista (in uno dei classici esempi di “cinema dentro al cinema”) in cui viene evidenziato come, alla fine, lui fosse l’unico ad aver capito che la strada percorsa dal gruppo fosse quella sbagliata, restando fedele , analogamente al regista, alle idee marxiste (questo aspetto si può notare dalla sua volontà di iscriversi al PCF). Questo film è stato molto influente, per la carriera del regista, soprattutto per l’introduzione di molte scelte stilistiche che verranno riutilizzati in altre sue pellicole , come la conservazione del ciak ad inizio scena, oppure la presenza dell’operatore intento a riprendere alcune scene.
Un film dai ritmi appositamente lunghi dove, in quelli che possono sembrare momenti morti, il regista lascia il tempo allo spettatore per elaborare ed interpretare il significato delle complesse scene apparse sullo schermo. Anche la scelta degli attori è stata molto valida, infatti molti di essi facevano parte di organizzazioni politiche simili a quelle presentate nel film.
Un film che consiglio molto (soprattutto ad un tipo di pubblico che è interessato in ambito politico) , perché riesce, tramite la presentazione di due diverse interpretazioni della stessa idea, a far riflettere lo spettatore. Il regista, comunque, riesce, con piccoli elementi (come la sua chiara presa di posizione a favore di Henri nel dibattito interno al gruppo) , a rappresentare in modo coerente i suoi ideali.
A rileggerci
Scrivi un commento