di Alice Pellicciotti

Una modesta locanda situata nella Firenze del 1700 e quattro personaggi che rappresentano quattro esistenze alla ricerca di una loro identità. Questo è lo scenario che Carlo Goldoni rappresenta nella sua commedia più conosciuta, portata in scena il 25 novembre all’Auditorium Zanon, non solo allo scopo principale di divertire, ma anche  di mettere maliziosamente in scena i diversi aspetti del carattere umano. Maliziosa è anche la protagonista Mirandolina, civetta e donna d’affari, non interessata ad innamorarsi dei forestieri che sono di passaggio nella sua locanda e nemmeno a sposarsi. Quello che le interessa è tenersi buoni i clienti.Ma come? Utilizzando unicamente l’arte propria delle donne, la seduzione. Mirandolina ammalia, ipnotizza gli sventurati utilizzando solamente le parole caratterizzate da una spregiudicata franchezza da risultare in quell’epoca quasi volgari .

Ma chi sono quelli che restano affascinati davanti a questa apparentemente unica donna? Gli stessi che nel loro pieno egocentrismo credono di prevalere sugli altri solo perché hanno un titolo nobiliare, ma in realtà hanno perso tutto e cercano di ingraziarsi la padrona concedendole la loro protezione, come il marchese di Forlimpopoli, espressione della nobiltà decaduta, o perché possiedono una vasta ricchezza e con gioielli preziosi credono di poter comprare la locandiera, come il conte di Albafiorita, rappresentante della nobiltà arricchita, o perché  semplicemente ritengono di meritarsela per diritto e perché designati come mariti al fine di poter garantire una sicurezza economica alla locanda, come accade per Fabrizio. Goldoni però non si ferma a rappresentare solo questa parte dell’umanità, e in questa giostra di identità insoddisfatte non manca colui che, chiuso nelle sue credenze, rifiuta e ripudia le donne considerandole solo ingannatrici, pronto a scommettere che neppure la bella e intrigante Mirandolina riuscirà a fargli cambiare idea, come è il caso del cavaliere di Ripafratta simbolo della borghesia imprenditoriale. Come tutti, anche lui alla fine dovrà arrendersi all’amore e al fascino seduttore della donna.

La locandiera non è però una commedia d’amore, anzi Goldoni scrive una commedia sull’egoismo ed egotismo umano che vuole affermare se stesso ad ogni costo sopra e a spese degli altri, giocando proprio con la protagonista, esempio dell’eterno femminino davanti al quale tutte le difese di ogni uomo crollano. E ci riesce al meglio.

La compagnia teatrale rende fede alle intenzioni di Goldoni attenendosi per la maggior parte all’opera originale e facendo emergere attraverso i costumi impeccabili, la scenografia dell’epoca e soprattutto gli attori con la loro voce ed espressività, tutte le sfumature di una società piena di sé dove una semplice piccolo-borghese tiene a bada due nobili e mortifica un cavaliere.

Il finale, nonostante continui ad essere criticato (a quell’epoca anche da Voltaire) risulta l’unica risoluzione possibile:  nonostante Miradolina abbia pianificato tutto l’inganno-burla, nel  corso della storia qualcosa in lei è cambiato e  alla fine dietro alla sua impassibilità si cela un qualche sentimento per il cavaliere. Infatti la conclusione immaginata dal pubblico sarebbe stata l’ammissione di ambedue di aver ceduto all’amore. La compagnia ha deciso però di rappresentare il finale di Goldoni non tagliando quel filo che l’autore ha creato. Mirandolina, che prima seduce, ammalia e poi  si arrende all’innamoramento, non avrebbe completato la rappresentazione della donna che voleva delineare; la locandiera, nonostante tutto, doveva difendere il suo egoismo e la sua testardaggine imponendosi come burattinaio che muove le sue marionette; inoltre Mirandolina era consapevole che sarebbe stato inconcepibile dal punto di vista sociale che una piccola borghese si sposasse con un cavaliere di alto rango, decidendo così  per lei e la sua locanda un matrimonio socialmente ed economicamente migliore.