di Marco Tremamunno e Massimo Paravano
L’ESTRO NELLA PERIZIA
Il surrealismo è stato un movimento d’avanguardia artistico e letterario del ‘900 nato a Parigi negli anni ‘20 che aveva lo scopo di liberare il pensiero e la creatività dai vincoli della ragione. Se pensiamo ai suoi maggiori esponenti ci vengono alla mente Salvador Dalì, Joan Mirò, Max Ernst e Man Ray. Ma come possiamo dimenticare l’uomo con la bombetta, il pittore “grigissimo” che amava Stanlio e Ollio e piangeva davanti al Canto d’amore di De Chirico? Parliamo del padre del surrealismo che ha suggestionato pure i geni del secolo: Renè Magritte (1898-1967). Lo si immagina trasgressivo e rivoluzionario ma lo fu soltanto con il pennello. “Ordinato nelle parole e nei gesti. Era in tutto simile al suo atelier. Magritte lavorava non in un caotico stanzone da artista ma in un mesto salottino borghese. Con il divano trapuntato, il brandy sul comò, la moglie (sempre la stessa per tutta la vita, Georgette) che assisteva devota questo travet dell’avanguardia” [1]. Le immagini dei suoi quadri sono familiari, “mele, bombette, pipe, cieli improbabili, uomini e donne o troppo piccoli o troppo grandi” [2], ma quanti colgono il mistero dietro a quelle opere? Quanti riescono a vedere oltre la maestria col pannello, anche la sua genialità?
“L’USO DELLE PAROLE”
Quest’uomo dall’aspetto piccolo borghese “aveva deciso di negare l’evidenza. Tranquillamente” [1]. Una celebre serie di dipinti, Il Tradimento delle Immagini, è sorprendentemente famosa non tanto per il soggetto ma per una frase. Il soggetto è sempre lo stesso: una semplice pipa. In ognuno dei singoli quadri vi sono però piccole variazioni nella forma, nel colore dello sfondo e nella grandezza della tela. Una di queste tele è L’uso della parola I (1928-1929). Ciò che ci tocca in questo dipinto, infatti, non è il soggetto: vi è una semplice pipa, i riflessi della luce su di essa e uno sfondo beige. Quanto ci colpisce in quest’opera è appunto la frase ‘Ceci n’est pas une pipe’ che significa ‘Questa non è una pipa’. Essa ci conduce al significato del dipinto. Se Magritte avesse chiesto a dieci persone dell’epoca cosa fosse quel dipinto, in molti avrebbero risposto che era una pipa e il pittore avrebbe detto loro che sbagliavano. “Ma come? Cos’altro dovrebbe essere se non una pipa?” si sarebbero chiesti allora gli sfortunati interpellati. Quello che il belga intende dirci è che non è una pipa ma la sua rappresentazione: una pipa si può toccare, rigirare tra le mani, accendere e fumare; con la sua illustrazione non si possono fare queste azioni. Ma Magritte non era l’unico a pensare ciò: anche il filologo inglese William Jones (1746-1794) una volta ha sottolineato che la parola «cane» non morde. Entrambi quindi sostenevano che la parola è rappresentata dall’oggetto ed è solo quest’ultimo a compiere le azioni.
“LA CHIAVE DEI SOGNI”
Il “dilemma” del rapporto tra oggetto e sua riproduzione non è l’unica sorpresa celata dietro le tele di Magritte. Tra il 1930 e il 1936 egli realizzò tre dipinti omonimi intitolati La chiave dei sogni. Anche in questi dipinti il soggetto è in “secondo piano”: finestre con dietro sfondi scuri, in ognuno degli spazi creato dalle finestre un oggetto e sotto di esso una parola. Si nota che in due tele c’è solo una parola corrispondente all’oggetto (L’Eponge e the valisie: la spugna e la valigia) mentre nella terza nessuna delle immagini è accostata al nome corretto. Il concetto sotteso è che Magritte pensava che le associazioni fatte tra parole e immagini sono rapporti fissati arbitrariamente dall’uomo, “poiché la correlazione tra una parola e la cosa «per la quale sta» esiste solo in virtù della convenzione semantica” [1]. In queste poche parole è racchiuso il concetto: nulla vieta di abbinare una parola a un oggetto che non la rappresenta. Magritte lo fa intrepidamente; tranquillamente; sovversivamente.
IL CONTRIBUTO DEL BELGA NE “LA RÉVOLUTION SURRÉALISTE”
Magritte prese parte alla scrittura di uno splendido saggio a illustrazione dei rischi dei sistemi pittorici e linguistici di rappresentazione dal nome La révolution surréaliste (1924-1929). Qui il belga denota i problemi che sorgono quando si tracciano immagini, parole o entrambe quando sono vicine tra loro. Alcuni di questi sono:
-“Un immagine può prendere il posto d’una parola in una proposizione”: si può scrivere una frase e inserire, al posto di una parola, la sua rappresentazione;
-“Un oggetto può implicare che vi sono altri oggetti dietro di esso”: vedere un muro non vuol dire che non ci possano essere cose dietro di esso;
-“Tutto tende a far pensare che non vi sia molta relazione tra un oggetto e ciò che lo rappresenta”: un uovo, per esempio, si può maneggiare, rompere, cucinare, friggere e mangiare ma se viene disegnato su un foglio, quest’ultimo può essere solo preso in mano;
-“Le parole che servono a designare due oggetti diversi non mostrano ciò che può distinguerli uno dall’altro”: le parole “televisore” e “padella” non mostrano le differenze che ci sono tra i due oggetti: la forma, i colori, l’uso, ecc.;
-“In un dipinto le parole sono della stessa essenza delle immagini”: si tracciano entrambi con una matita o una penna, su un foglio, usando lo strumento nel medesimo modo, ovvero impugnandolo con la mano;
-“Si vedono differentemente le immagini e le parole in un dipinto”: infatti le illustrazioni si guardano, si analizzano scrutando ogni dettaglio, mentre i vocaboli si leggono, si esaminano, per esempio, comprendendone l’etimologia.
“LA RIPRODUZIONE VIETATA”
Il dipinto rappresenta Edward James, borghese britannico dell’epoca, rivolto con uno sguardo vuoto verso uno specchio, di indeterminata grandezza e potenzialmente infinito.Il suo riflesso non viene specchiato normalmente e, a differenza di quello del libro e della mensola, è semplicemente il riproponimento della stessa figura girata di schiena.
Molti potrebbero pensare che sia semplicemente una casualità creata dall’artista per rendere il quadro più interessante, ma in realtà dietro ciò vi è un significato molto profondo.Il dipinto vuole dare un senso di estraneità nei confronti dell’osservatore, rendendo un oggetto comune e banale come uno specchio (e di conseguenza i riflessi in esso), qualcosa che supera la realtà da noi percepita.
Il concetto del dipinto in sé è derivato dal famoso libro di Edgar Allan Poe Les aventures d’Arthur Gordon Pym, il cui protagonista, dopo numerose vicissitudini, si spinge fino ai confini del mondo, dove incontra una misteriosa, gigantesca e inquietante figura bianca avvolta in un sudario. Il concetto in sé è preso dal dipinto che viene ritratto dal racconto, ovvero la realtà che viene messa in dubbio ed il reale che non è reale.
Rimane ancora ad oggi un dipinto abbastanza enigmatico, poiché Magritte non spiegò mai il suo significato completo.
“LA CONDIZIONE UMANA”
Magritte nel 1933 realizzò due dipinti omonimi, La condizione umana. In essi il pittore rappresenta davanti alla finestra una tela, la quale riprende il paesaggio all’esterno, creando un effetto molto interessante, ovvero il contrasto tra la tela e lo sfondo, grazie alla piccola linea bianca che separa le due cose.
Magritte nel dipinto inganna lo spettatore, difatti chi dice che dietro il dipinto si trovi un albero in quel preciso posto, o che il sentiero invece di andare a destra vada avanti?L’obiettivo di questo dipinto è far capire che non bisogna dare nulla per scontato, come più volte Magritte ha ribadito in altri dipinti. Se ci si pensa infatti, dietro al dipinto, anziché esserci un albero e il sentiero, potrebbe esserci una montagna o, per assurdo, un deserto.
MAGRITTE, PITTORE DEL NOVECENTO ANCORA ATTUALE
Magritte ha mostrato che con un’immagine di una pipa non si può fare molto; ha ostentato che parole e illustrazioni possono essere accostate a piacimento; ha insegnato che la realtà non è la prima cosa che vediamo ma che per scoprirla bisogna cercare a fondo e che le predizioni su di essa non sono sempre corrette; ha espresso come disegni e parole interagiscono tra loro. Tutto questo dopo quasi cento anni potrebbe sembrare legato a un mondo completamente diverso da quello odierno e apparire futile alle persone del ventunesimo secolo, ma è tutt’altro. Proprio nel mondo odierno dove le immagini sono un elemento fondamentale di ogni tipo di comunicazione e, a causa della sua rapidità, le parole sono spesso svuotate del loro senso, il lavoro di questo pacato sovvertitore dell’Arte suona ancora oggi come un campanello d’allarme ad avvertirci di andare oltre l’apparenza per comprendere l’enigmatico significato che si nasconde dietro le parole, le immagini e la realtà.
Fonti bibliografiche:
[1] Suzi Gablik, “Magritte”, edizione Rusconi Arte 1988
[2] Mario Ajello, “Questo pittore è una bombetta”, mensile “Carnet” marzo 1998
Scrivi un commento