di Elena Guerra

Fin dall’età di 14 anni scrive racconti e romanzi brevi, ma li lascia nel cassetto e alcune storie, o almeno i loro abbozzi, vengono bruciati. E’ così che raccontava l’esordio della sua passione per la scrittura agli studenti del liceo Copernico, in un’aula magna strapiena, lo scrittore Paolo Maurensig, nel lontano 2013. Oggi, a pochi giorni dalla scomparsa, lo vogliamo ricordare mentre parlava a ruota libera per quasi due ore incalzato da un insieme di adolescenti che si accalcavano attorno a lui per carpire segreti e fascinazioni legate alla stesura de L’arcangelo degli scacchi- vita segreta di Paul Morphy, uscito allora per Mondadori, ma anche per conversare di musica, di cinema, di pittura. Di come era difficile battere a macchina con la famosa lettera 22 decine e decine di pagine, di come il suo sogno di ragazzo fosse divenuto un mestiere.

Raccontava del fatto che per i suoi romanzi gli piacesse pensare una cornice entro cui scrivere la storia. Per svelare gli enigmi della vita dello scacchista Paul Morphy, per esempio, si era avvalso dell’idea che gli editori ne avessero pubblicato il memoriale inedito. Mentre era stato il ritrovamento a Bolzano della tomba di Daniel Harrwitz, lo scacchista battuto da Morphy a  Parigi nel 1858, a dare il là al racconto breve L’ultima traversa, uscito per Barbera nel 2012.

Confidava di quando pensava di aver fallito, perché aveva più di trent’anni e non aveva avuto successo. Sentiva di aver sprecato tempo. Così per molto tempo aveva abbandonato la scrittura e non leggeva quasi più, soprattutto di narrativa. La trovava insoddisfacente. Poi, per caso, gli era capitata tra le mani Confessione di un assassino di Joseph Roth. La lettura, iniziata alle nove di sera, lo avrebbe tenuto sveglio fino all’alba e gli restituì l’amore per la narrativa. Anni dopo per Maurensig il successo arriverà, prorompente. A decretarlo fu La variante di Lunenburg con i suoi 2 milioni di copie vendute, la traduzione in 25 lingue.

“L’idea – raccontava – era nata durante un viaggio in treno, di ritorno da un incontro internazionale di scacchi a Belgrado. Avevo catturato per caso il racconto testimonianza di un soldato che, grazie agli scacchi, si era salvato la vita, perché il suo superiore, giocatore incallito, lo aveva fatto rimanere in trincea pur di non privarsi di un degno avversario”. Il resto è romanzo. O meglio scacchiera, che è, a suo dire: “un microcosmo che si irradia nel macrocosmo, perché questa scacchiera determina le sorti degli eserciti”. E La variante di Lunenburg, come era accaduto per Canone inverso, rimbalzò sul grande schermo. Infatti affascinò due premi Oscar come Colin Firh e Gabriele Salvatores. Tuttavia Maurensig affermò di prediligere la carta stampata piuttosto che il cinema come veicolo delle sue storie.

Allora gli venne chiesto quali fossero, in un’epoca dove trionfano le immagini, i segreti per conquistare un vasto pubblico. “Per avvincere il lettore – disse Maurensig – non si deve cadere nell’autocompiacimento, né scegliere frasi ad effetto, anche complesse. Più che le scuole, buone per la tecnica, paga l’istinto. E’ questo, unito alla passione, che dà forma alla storia e contemporaneamente vita ai personaggi. In un gioco continuo di rimandi, dei quali anche il lettore fa parte. Perché è quest’ultimo che legge nel romanzo anche un po’ di sé.”