di Daniele Comisso

Le candide gote, lo sguardo puro,
gli occhi pien di vita e l’armonïosa
voce; una dea incanta questo scuro
mio cuore che più ignorarla non osa.

L’aurea freccia lo trafisse e sicuro
s’infiamma al sol pensier di tale rosa,
bella da dipingere il mio futuro
d’una viva meraviglia radiosa.

Ma allor perché questa tua laurea pace?
Perché proprio a me? Un brivido mi strugge,
le sue labbra sussurrano il mio nome,

d’improvviso la bacio, ma lei tace.
Ecco quindi venir Morfeo, e lei fugge
in una tempesta di nere chïome.

Apro gli occhi e un assordante buio avvolge la stanza:
la pioggia lava via i sogni e la speranza,
uno spazio infinito senza forma o colore
mi tramortisce ed io, vinto dal dolore,

lo miro in attesa del sole; ma la temperanza,
il lento fluire di quell’acqua, non è abbastanza:
un fulmine saetta nell’anima mia, e di quell’amore
altro non rimane che cenere, polvere di un onore

spento per una donna così lontana,
eppur così vicina: quel suo gentil volto
mi affanna e  mi consola, mi allieta

e mi rattrista, finché una fontana
di lacrime e rimpianti mi inonda stravolto,
e indifferente soggioga di viver la ragion lieta.