di Nicolò Tamer e Lorenzo Scarabelli

Con la guerra in Ucraina si è tornati a parlare della Bielorussia, perciò il mio algoritmo di YouTube ha pensato bene di propormi qualche intervista e qualche dichiarazione, anche meno recente, di Lukašėnka, presidente del Paese (che sta aspettando che Putin mantenga la promessa di nominarlo colonnello dell’esercito russo). Incuriosito, mi sono chiesto cosa potesse passare per la testa delle persone, allora ho aperto la sezione commenti e ho trovato pensieri di questo genere: “Bravissimo presidente”, “Un grande contro l’elite”, “Finalmente uno che ama il suo popolo”.
Peccato però che il suo popolo non lo ami.
È alla guida dello Stato dal 1994, ovvero dalla sua costituzione, soltanto grazie a brogli elettorali e riforme arbitrarie, tra le quali l’abolizione del vincolo di mandato, e più recentemente anche ricorrendo alla violenza. Uno strano modo di intendere l’amore.
Quindi, mentre noi discutiamo sulla seconda elezione di Mattarella, Lukašėnka è in carica con il sesto mandato di fila e spero basti questo per affermare che la Bielorussia oggi è una repubblica presidenziale solo de iure, visto che nei fatti si tratta di una vera e propria dittatura che vige da ben 28 anni.
Se non credete a queste parole allora ascoltate direttamente quelle di Lukašėnka, che alla domanda «Come intendi la democrazia in Bielorussia?» ha risposto: «Sapete, io sono un dittatore. Ho difficoltà ad intendere la democrazia». A questo punto partono gli applausi e le risate dei presenti, poi prosegue «Ma è uno degli elementi della democrazia: noi stiamo guardando in una direzione, ci stiamo muovendo in una direzione, con differenti opinioni» specifica mostrando i palmi delle sue grandi mani da ex contadino.

Queste cose io le so perché, assieme ad alcune altre classi del nostro liceo, a dicembre ho potuto ascoltare l’esperienza di due ragazze che hanno vissuto in prima persona cosa voglia dire fare attivismo d’opposizione nel regime di Lukašėnka. 

PREMESSE
Una delle due ragazze è venuta in Italia nel 2004 dopo essere rimasta delusa dalla diffusa indifferenza tra i suoi connazionali per i continui brogli elettorali. Per fare un esempio concreto, tra le schede elettorali è stata rinvenuta quella di una nonna di un suo amico. Peccato però che questa nonna fosse morta da tempo.
L’opinione pubblica ha cambiato direzione con l’avvento della pandemia da Covid, la cui esistenza veniva negata dal presidente che sosteneva si trattasse di una psicosi di massa. Abbandonati dalle istituzioni nazionali, i bielorussi hanno dovuto iniziare a informarsi attraverso testate estere. A dirsi sembra banale, ma lo è per noi in Italia. Infatti per farlo in Bielorussia è necessario ricorrere a sistemi che eludono il blocco, come le VPN che peraltro, considerando lo stipendio medio dai 200 ai 300 euri mensili, non sono nemmeno alla portata di tutti.
Per non pensare alla lingua che costituisce un ostacolo non da poco, visto che solo una parte ristretta della popolazione conosce l’inglese a sufficienza.
Quindi, mentre in Italia si protestava su come il Covid avesse monopolizzato l’informazione, in Bielorussia non erano stati neppure avvertiti ufficialmente se mettere o meno la mascherina.

CAMPAGNA ELETTORALE
È in questo contesto che si è tenuta la sesta elezione presidenziale, con fortissima partecipazione popolare, a partire dalla campagna elettorale.
Infatti, nonostante per candidarsi siano necessarie 100.000 firme (secondo quanto stabilito da una legge copiata tale e quale dalla Russia, dove gli abitanti però sono 16 volte tanto quelli della Bielorussia, che arrivano a circa 9,5 milioni), il candidato d’opposizione che riuscì a raccogliere più firme, raggiunse quota mezzo milione, il secondo invece 113 mila.
Tutto per nulla, perché due dei tre principali candidati d’opposizione sono stati arrestati con accuse pretestuose, mentre il terzo è stato costretto all’esilio.
Anzi quasi per nulla, perché Tikhanovskaya, la moglie di un candidato (il secondo per numero di firme), unendo le forze con la portavoce del primo e la moglie del terzo, ha scelto di presentare la sua domanda di candidatura l’ultimo giorno disponibile. Questa strategia, assieme al fatto che venne sottovalutata in quanto donna, le permise di non venir respinta. 

ELEZIONI
Secondo una stima a ribasso Tikhanovskaya era in testa nei sondaggi con il 70%, ma il suo avversario vinse “straordinariamente” con l’80%.
Una percentuale assolutamente irrealistica, per il semplice fatto che i sostenitori di Tikhanovskaya si erano organizzati per piegare la scheda elettorale a fisarmonica ed essendo le urne trasparenti appariva chiaramente il netto distacco tra le schede per Lukašėnka e quelle per Tikhanovskaya, di gran lunga la maggioranza. 

REPRESSIONI
Per seguire lo spoglio, alcuni sostenitori di Tikhanovskaya, non ancora abbandonati dalla speranza, hanno deciso di riunirsi nelle strade e nelle piazze, tra l’altro a tarda ora per non disturbare le attività quotidiane. Purtroppo però in Bielorussia credere nella democrazia e dimostrarlo civilmente non è considerato legale. Infatti, nonostante le manifestazioni siano sempre rimaste pacifiche anche quando la sconfitta si faceva sempre più evidente, le forze dell’ordine sono intervenute per disperdere i civili, spargendo il caos tra la folla, che da un momento all’altro si è ritrovata – letteralmente – in un bagno di sangue.
Manganellate, cariche di scudi, ma non solo, sono state usate da parte degli agenti anche armi caricate con proiettili di gomma (secondo un test su 90 persone colpite da questi proiettili, 2 muoiono e 17 soffrono permanentemente d’invalidità).
La repressione non si è fermata all’antisommossa: solo a Minsk sono state arrestate 3000 persone, che hanno passato la notte in centri detentivi improvvisati, dove venivano obbligate a rimanere ammanettate e sdraiate faccia a terra senza la possibilità di andare in bagno, mangiare oppure bere, per ore.
Questi soprusi sono durati dai 2 ai 3 giorni. Durante i quali, come se non bastasse, nell’intero Paese era stato bloccato l’accesso alla connessione internet. In questo modo sia all’interno del Paese sia all’esterno non si sapeva nulla di ciò che stava accadendo. 

EFFETTI
A seguito delle suddette violenze la popolazione bielorussa è insorta in un’ondata di manifestazioni, ovviamente sempre pacifiche, che hanno coinvolto per mesi tutto il Paese, tutti gli strati sociali e tutte le fasce d’età. Tanto che dovettero organizzarsi per giornate: il lunedì protestavano i facenti parte della terza età (in altre parole i pensionati), il martedì i disabili, e via dicendo fino al sabato dedicato agli studenti e infine la domenica, per tutti coloro che sognano una Bielorussia libera dal regime di Lukašėnka. Si, perché si parla di questo, di libertà: le due ragazze ci hanno raccontato di una coppia che è stata incarcerata più volte solo per essersi condivisa nella chat di telegram dei post antigovernativi.
Si può venire veramente arrestati per qualsiasi cosa. Per questo spesso i manifestanti si portavano dietro uno “zainetto d’emergenza” con eventuali beni che potrebbero tornare utili in carcere, come la biancheria intima o uno spazzolino.
Le proteste, vista l’incessante repressione, sono andate con il tempo scemando, ma anche se non sembrano esserci risultati immediati, hanno contribuito a trasformare la società bielorussia e a renderla più unita, creando anche momenti di convivialità tra i cittadini. 

BIANCO E ROSSO
Nel 1994 Lukašėnko ha giurato fedeltà di fronte alla bandiera simbolo dell’indipendenza bielorussa. La stessa bandiera per cui ora lui ha deciso che si può venire arrestati: infatti, basta indossare il bianco e il rosso per essere accusati di crimine contro la nazione.
Vi riportiamo, ad esempio, la storia di una donna maltrattata dal marito che ha trovato il coraggio per denunciarlo, ma arrivata alla stazione di polizia gli agenti le hanno fatto una multa di 750€ (più del doppio di uno stipendio medio) soltanto perché portava una treccia rossa e bianca. (E questa è la pena minore riservata alle madri, sennò le  sarebbe spettato il carcere).
Anche per questo motivo Caterina, una delle due ragazze presenti all’incontro, porta un’acconciatura molto originale: dreadlocks colorati di rosso e bianco. Ma, a differenza dei suoi connazionali, se lo può permettere solo perché vive in Italia.

… E ALLORA?
I casi come questo nel mondo non sono pochi, è pieno di democrazie nella forma, ma dittature nei fatti. Sono talmente tante che è normale pensare “e allora io che cosa posso fare?”. Infatti la risposta nella maggior parte dei casi è quasi sempre nulla, non puoi fare nulla. Quindi qual è il senso di questo articolo? Semplice: noi non possiamo fare molto per la Bielorussia ma possiamo imparare da quest’ultima come da tutti gli altri Stati con una deriva autoritaria. Imparare che cosa? Imparare che la nostra libertà non deve essere data per scontata. E’ qualcosa che dobbiamo custodire ogni giorno. Non possiamo curare i mali del mondo senza partire dai nostri.

Fonti
I dati e le informazioni di cui abbiamo usufruito per questo articolo – fatta eccezione per i video – sono state ricavate dalla conferenza citata, di cui disponiamo la registrazione, e poi verificate su Wikipedia. 

Video su YT (in ordine di menzione)
– “Lukashenko: Putin promised me rank of colonel” di Euronews
– “Lukashenko calls himself a ‘dictator’ in annual address” di Euronews
– “Bielorussia: il VIDEO di Lukashenko che si toglie la mascherina in un reparto Covid” di Euronews (in italiano)