di Massimo Paravano
Il sole stava tramontando quando vidi il corpo di un uomo sommerso dall’acqua sulla riva di un fiume, tanto luccicosa che i riflessi del sole potevano essere paragonati a gioielli brillanti. Durante tutta la mia carriera da detective non avevo mai visto una cosa simile, era una scena agghiacciante: il corpo era ricoperto di ferite molto profonde e la faccia era stata resa quasi irriconoscibile, con lesioni probabilmente causate da un coltello. Non esitai a chiamare la polizia. Dopo l’autopsia venne confermato che le ferite erano state causate da una lama e dal cadavere venne trovato in tasca un assegno con l’indicazione dell’indirizzo di residenza.
Recandomi al posto indicato sul foglietto scoprii che, tra tutte le case, solo una era abitata: ci viveva un’elegante signora, che in seguito, guardando il nome sui documenti ritrovati nella giacca del deceduto, confermò di esserne la madre. Non avevo una bella sensazione su quella donna; non aveva un aspetto curato, con dei pantaloni stropicciati ed una maglietta rosa riempita di piccoli buchi, una faccia esausta e delle mani tremanti, era in qualche modo inquietante, ma alla fine la portai in centrale per porle delle domande a cui lei accettò di rispondere. Mi disse che non aveva un bel rapporto col figlio, dicendo che veniva trattata sempre male, ricevendo insulti verbali e minacce per via del fatto che il figlio era sempre alcolizzato; aggiunse che non lo vedeva più da tre giorni e non aveva denunciato l’accaduto pensando che fosse rimasto a dormire in un hotel vicino ad un casinò da lui spesso frequentato con amici, di cui mi diede i nomi, e nel quale aveva vinto molti soldi.
Andai nel casinò di cui la donna mi aveva parlato per trovare delle prove che potessero condurmi all’assassino.
C’era molta gente, quasi tutti incollati allo schermo delle slot machine; iniziai a cercare ogni persona citata dalla signora, iniziai a girovagare per il posto, andai da un gruppo di amici all’altro, facendomi strada fra le persone presenti, quelli con cui parlavo sembravano euforici ma storditi allo stesso tempo, come se mi rispondessero ciecamente giusto per il dovere di farlo; probabilmente erano tutti così per via del fatto che erano storditi dalle luci abbaglianti e dalla musica a volume altissimo. Dopo aver posto a vari gruppi di amici della vittima le stesse domande, riuscii a trarre varie informazioni, tutti mi dissero che avevano visto la vittima ubriacarsi la sera prima, mentre usciva con un assegno del casinò, insieme a suo fratello, il quale era noto per i pesanti debiti accumulati negli anni.
A quel punto mi venne in mente di aspettare il fratello arrivare al casinò, sperando di poterlo vedere per porgli qualche domanda; lo aspettai a lungo, ma fu un tentativo vano poiché non si fece vivo. Dopo la stressante giornata decisi di tornare a casa in serata ma, sulla via del ritorno, incontrai un uomo seduto su una panchina, che osservava il fiume dove il corpo era stato rinvenuto; vidi poi in lontananza arrivare una figura femminile incappucciata, con tanto di mantello, ma non ci feci molto caso.
Mi avvicinai all’uomo e, non appena gli fui accanto, iniziai a porgli qualche domanda, poiché si trovava nello stesso posto dove era stata assassinata la vittima, magari aveva qualche informazione in più da darmi. Dopo qualche minuto di interrogatorio mi alzai, e fu in quel momento che vidi un foglietto sbucare dal taschino da orologio del giovane signore e mi iniziai ad insospettire. Mi avvicinai con lo sguardo verso il taschino, e fu in quel momento che vidi che il nome su quel foglietto coincideva con quello del deceduto. Appena estrassi le manette dalla mia cintura vidi un coltello conficcarsi nella sua schiena. Mi girai e notai l’arma intrisa di sangue nella mano della figura incappucciata. Questa mi diede una rapida coltellata alla gamba ma, probabilmente grazie all’adrenalina, riuscii a scattare in avanti e a bloccargli i polsi, in modo che non potesse nuovamente aggredirmi. Buttai lontano l’arma ma il soggetto riuscì a liberarsi dalla mia morsa e scappò. Iniziai a rincorrere la figura con doloroso affanno mentre potevo sentire l’aria gelida e appuntita penetrarmi le ossa. Il ritmo della mia corsa rallentava, intanto l’aggressore riuscì a uscire dalla mia portata. Provai a continuare a correre per qualche minuto ma, dopo non molto tempo, collassai a terra, sfinito dalla corsa, mentre osservavo il soggetto allontanarsi. Provai ad alzarmi per continuare l’inseguimento ma, improvvisamente, una persona alta e massiccia mi tirò un calcio sul fianco e mi tenne premuto contro il terreno con le sue braccia in modo che non potessi rialzarmi. Iniziai a muovermi febbrilmente, tentando di scappare dalla trappola in cui ero finito, ma era tutto futile, non potevo muovermi più di pochi centimetri, e la pistola era fuori dalla mia portata. Cedetti alla presa dell’uomo, ero esausto, non avevo letteralmente più energie in corpo e fu a quel punto che alzai lo sguardo e lo vidi in faccia: un signore sulla cinquantina con dei buffi baffi, che non sembrava avere la faccia di una malvivente. Dopo qualche momento mi resi conto che la figura incappucciata, incontrata precedentemente, era tornata indietro, probabilmente per osservarmi e capire meglio chi fossi. Si tolse il cappuccio e fece subito una smorfia, fece un segno col capo e venni gettato in acqua dall’altro individuo.
Fu allora che capii l’intero schema: la madre della vittima aveva mentito su tutto. La notte dell’omicidio, la signora aveva incontrato ed ucciso il figlio, in modo da prendersi tutti i soldi della vincita ma, senza che la madre se ne accorgesse, il fratello se ne era approfittato ed era riuscito a sottrare l’assegno al fratello; perciò il fratello doveva essere il giovane signore sulla panchina prima incontrato, ma probabilmente la madre, prima che il secondo figlio potesse fuggire con i soldi, accoltella il figlio e, dopo aver notato il mio distintivo, spaventata, si dimenticò del biglietto ed inziò a scappare e dopo poco tempo, fui bloccato da un altro uomo massiccio a mia sorpresa. “Hanno ancora bisogno di prendere il biglietto dal corpo sulla panchina, li posso ancora fermare” pensai, prima che tutto diventasse nero, in quel gelido inverno, da solo, nell’oscurità della sera.
Scrivi un commento