di Federica Baldassi e Matilde Graziano

Nell’ambito delle iniziative volte a ricordare il centenario della prima edizione de Il porto sepolto, dal 12 al 30 dicembre 2016, presso la libreria Tarantola, in via Vittorio Veneto a Udine, è stata allestita una mostra documentaria multimediale, curata da Enrico Folisi e Paolo Brisighelli, dedicata al celebre poeta e soldato Giuseppe Ungaretti.

Infatti 100 anni fa, nel dicembre del 1916, venne pubblicata a Udine la sua prima raccolta di poesie, Il Porto Sepolto, con la quale il poeta, tramite brevi componimenti, esprime al meglio il dolore e lo strazio provato dai soldati in trincea.

Giuseppe Ungaretti, oltre ad essere stato un grande poeta e scrittore, esercitò anche un ruolo attivo nella vita politica del tempo. Collaborò con molte riviste, tra le quali La voce e successivamente Lacerba.

Inizialmente egli credeva ingenuamente nella guerra e nelle possibilità di una vittoria nazionale e popolare, così partecipò alla campagna degli interventisti durante la quale venne addirittura arrestato. Una volta scarcerato, collaborò al nuovo giornale fondato da Benito Mussolini e l’anno dopo, nel 1915, si arruolò volontario dando così inizio alla tragica esperienza della vita di trincea che mutò profondamente la sua stessa concezione della guerra e della poesia.

Il Porto Sepolto racchiude l’esperienza di quell’anno, quel 1915 che Ungaretti passò in trincea assieme ai suoi compagni, esposti alle intemperie, al gelo, alla neve e alla pioggia, in mezzo alla sporcizia, circondati dalla morte che incombeva su tutti loro; lo scenario che si presentava davanti a loro era sicuramente agghiacciante: i corpi morti rimanevano tra le opposte trincee, nella “terra di nessuno” per giorni e giorni.

Ungaretti, riferendosi alla sua esperienza, scriverà in seguito: “Ero in presenza della morte, in presenza della natura, di una natura che imparavo a conoscere in modo terribile. Dal momento che arrivo ad essere un uomo che fa la guerra, non è l’idea di uccidere o di essere ucciso che mi tormenta: ero un uomo che non voleva altro per sé se non i rapporti con l’assoluto, l’assoluto che era rappresentato dalla morte. Nella mia poesia non c’è traccia d’odio per il nemico, né per nessuno; c’è la presa di coscienza della condizione umana, della fraternità degli uomini nella sofferenza, dell’estrema precarietà della loro condizione”.  

Ungaretti scriveva i suoi versi, raccontava la sua esperienza di guerra sui pezzi di carta che trovava, sulle cartoline, sulla carta dei pacchetti di sigarette, usando un linguaggio nuovo ed essenziale, in cui ogni singolo vocabolo aveva un valore enorme, perché doveva raccontare e  rendere partecipe l’umanità di quale sia la cruda realtà della guerra e di come essa ponga l’uomo di fronte all’incertezza del proprio destino.