di Nina Loro

Che cos’è la salute mentale? Nessuno lo sa davvero. Nessuno lo sa fino in fondo. Ci sono parole che sembrano semplici, ma che portano dentro un mondo intero di silenzi, dolori ma soprattutto rinascite. Follia è una di quelle parole. Questo 26 ottobre ho avuto l’occasione di assistere, al Teatro Rossetti di Trieste, allo spettacolo “Quelli di Basaglia.. a 180 gradi”, un’opera portata in scena dal gruppo dell’Accademia delle Follie. Quest’Accademia è stata fondata nel 1976 da persone internate nel manicomio di Trieste che decisero di unirsi per dare voce a ciò che avevano dentro: la necessità di raccontare le proprie sofferenze. Lo spettacolo ripercorre la rivoluzione umana e culturale guidata da Franco Basaglia, lo psichiatra che aprì le porte dei manicomi, restituendo dignità e voce a chi era stato rinchiuso e dimenticato.

Prima di capire quanto sia stata enorme la rivoluzione di Basaglia, bisogna ricordare com’era il mondo prima che lui arrivasse. Perché i manicomi, prima della legge che permise di chiuderli, non erano luoghi di cura: erano luoghi di esclusione. Le persone finivano dietro quei cancelli non per guarire, ma per essere dimenticate. Bastava davvero poco: un comportamento giudicato “strano”, una depressione profonda, una gravidanza non desiderata, una fragilità che disturbava l’ordine sociale. Dentro quei muri la vita diventava un numero. Niente nome, niente storia personale. Solo diagnosi e silenzio. Quando Basaglia arrivò a Trieste nel 1971 vide qualcosa che molti preferivano non guardare: vide persone. E capì che la cura non poteva cominciare finché quelle persone erano trattate come oggetti, come corpi da spegnere e non come esseri umani da far guarire. La sua idea fu scandalosa per quei  tempi: la libertà come parte della terapia. Niente più camicie di forza, niente più reparti chiusi. Bisognava restituire dignità, riaprire porte, dare voce. Fu una rivoluzione lenta e ostacolata, fatta di piccoli passi ogni giorno, di speranze, di coraggio. Ma è proprio da quel coraggio che nacque la Legge 180 del 1978, che mise fine ai manicomi in Italia. Una legge unica al mondo, che scelse di credere nell’essere umano più che nelle sue paure. Quella rivoluzione non fu solo giuridica: fu culturale, emotiva, etica. Basaglia ci ha lasciato un gesto, un modo di guardare le cose in maniera diversa: nessuno è troppo fragile per essere libero. Ed è questo sguardo che, ancora oggi, ci obbliga a farci una domanda: cosa facciamo noi, nel nostro tempo, con la fragilità degli altri? 

Sul palco del teatro otto attori intrecciano parole, musica, danza e testimonianze vere, la voce di chi ha vissuto in prima persona i manicomi. Questi si muovono come anime che d’improvviso si risvegliano. Raccontano la solitudine, la nostalgia dei possibili non concessi, la ribellione contro la violenza delle istituzioni. È un teatro che tocca la terra, bagna le rose e cambia le cose, come recita una delle frasi più belle dello spettacolo. Guardando lo spettacolo, mi sono resa conto che quello che accadeva sul palco non era solo teatro. Sembrava che ogni gesto, ogni piccola nota, ogni respiro fosse un frammento di vita restituita. Gli attori non interpretavano personaggi: custodivano memorie. A volte si avvicinavano al bordo della scena come se cercassero il confine con il mondo reale; altre volte si stringevano tra loro come chi ha attraversato la tempesta e finalmente trova una mano. La scenografia era essenziale, quasi nuda, come se anche lo spazio volesse raccontare il bisogno di verità. Non c’erano muri finti, porte, finestre: c’era un grande vuoto, dove le loro storie potevano finalmente muoversi liberamente. E quel vuoto parlava, e parlava di tutte le stanze chiuse che per anni avevano imprigionato corpi e anime. Le musiche erano come vene che pulsavano attraverso la scena: ora violente, ora dolcissime. Ogni melodia sembrava aprire una finestra su un ricordo. Una donna che danzava lentamente evocava il desiderio di essere vista. Un uomo che stava fermo, immobile, parlava della paralisi di chi ha troppa paura perfino di esistere. I monologhi erano confessioni, coltellate, carezze. E mentre guardavo, sentivo che non stavo solo assistendo a una storia: la stavo abitando.

Ogni volta che uno gridava o cantava, mi sembrava che rompesse anche i miei silenzi. Quelli di tutti. Perché quelle voci parlavano anche della nostra generazione, che forse non conosce i manicomi, ma conosce benissimo i muri dell’invisibilità, dell’ansia, della paura di essere giudicati. Lo spettacolo non ti lascia seduta comoda sulla poltrona: ti prende per mano e ti porta dentro il loro mondo. Ti dice: “Guarda. Non distogliere. Vivi questa storia con me.” E tu lo fai. Tu ci entri, anche se fa male. E quando ne esci non sei più la stessa persona. E proprio in questo modo lo spettacolo ti entra nei pensieri, ti attraversa lo stomaco, ti tocca i punti dove ti senti più fragile. A me è successo così. Mentre ascoltavo quelle voci, quelle storie spezzate e ricucite, mi sono accorta che stavo guardando anche i miei muri. Non quelli fatti di cemento, ma quelli fatti di paure: la paura di pesare sugli altri, di sembrare troppo sensibile, troppo debole, troppo “piena”. La paura di non essere capita. Eppure, mentre quelle persone raccontavano la loro follia, io vedevo la mia.

Ho avuto modo così di capire che la follia non è solo una diagnosi ma è quella parte che trema e che tutti cerchiamo di nascondere. È quella voce interiore che non ha il coraggio di uscire perché teme il giudizio. È il groviglio di emozioni che ci portiamo dentro e che a volte non riusciamo a spiegare. E in quel momento, seduta tra tante persone sconosciute, mi sono sentita meno sola. Perché i muri non vivono solo negli ospedali psichiatrici di una volta: vivono dentro di noi. Sono le difese che costruiamo quando abbiamo paura di essere feriti. Sono le volte in cui ci chiudiamo, in cui non parliamo, in cui lasciamo che il silenzio ci inghiotta. Ed in fondo, tutti abbiamo bisogno di qualcuno che venga a bussare a quei muri con gentilezza, senza forzarli, ma ricordandoci che esiste anche un mondo oltre. Anzi, forse è proprio questo che Basaglia ha davvero insegnato al mondo:che non c’è nulla di più umano della parte che ci spaventa. Che la libertà non è solo uscire da una stanza chiusa, ma uscire da noi stessi, almeno un po’. Aprire una fessura da cui possa entrare la luce. Io stessa, prima di vedere lo spettacolo, non sapevo bene cosa aspettarmi. Ma poi, ascoltando quelle voci, ho capito che la follia non è una malattia da nascondere, ma una parte fragile dell’essere umano che ognuno di noi ha dentro. Ed è proprio quella parte che ci rende veri, profondi, vivi. Conoscere la storia di Franco Basaglia significa ricordare che la libertà e la dignità non dovrebbero mai essere un privilegio. Vuol dire credere in un futuro dove nessuno venga lasciato indietro, dove l’indifferenza non costruisca più muri. Perché i muri non servono a proteggere: lo servono solo a separare. E allora sì, dovremmo tutti imparare ad abbatterli, anche e soprattutto quelli della mente.