di Lisa Pinto
Era un ragazzo felice: studiava volentieri, coltivava la passione per l’arte, che gli aveva spiegato le ali della curiosità. Più scopriva e più voleva conoscere, imparare e capire ciò che lo circondava. Era il modello del figlio e dello studente ideale, mai un’imperfezione, una parola fuori posto o una delusione per nessuno. La sua vita era perfetta, un dipinto naïf, con quei colori accesi e irrealistici e le forme morbide e confortanti.
Un giorno, però, tutto prese una piega inaspettata. Era a scuola, precisamente al momento della consegna di una verifica. Non ha grande importanza la materia o l’argomento, ciò che conta era il numero scritto a penna rossa. Sei. Il ragazzo non ne fece un dramma, la sufficienza era più che accettabile, ma questo non valeva per i suoi compagni. Solo sei? Era decisamente troppo intelligente per prendere solo sei. Doveva essere successo qualcosa di catastrofico se quello era solo un sei. Lui valeva sicuramente molto di più. In quel preciso istante, ascoltando con un velo di turbamento i suoi amici, provò un tale imbarazzo al solo pensiero di essersi accontentato di così poco che organizzò mentalmente il lavoro pomeridiano, per recuperare il fallimento. Mentre la sua mente era operosa e pronta a proiettarsi sullo studio, dentro di sé una goccia densa di colore nero si diluiva tra i mille pensieri, ma il giovane non ci fece nemmeno caso.
Trascorse qualche giorno, poi alcune settimane, e le verifiche e interrogazioni dei giorni successivi non diedero i risultati sperati, nonostante tutto l’impegno che aveva impiegato. “Puoi fare di più. Sei molto promettente, ma devi concentrarti, sappiamo che puoi raggiungere risultati migliori” dicevano gli insegnanti, mentre la mente e il cuore del ragazzo si tingevano di un nero sempre più saturo e opprimente.
Fuori scuola la situazione non migliorava. Demoralizzarsi per i voti spense parte dell’entusiasmo del ragazzo, che man mano abbandonava le solite attività, diventava burbero, solitario e i blocchi creativi tramutavano le sue passioni in ore di agonia davanti ad un foglio bianco o ad un progetto sconclusionato. I genitori erano sinceramente preoccupati, ma leggendo apatia nel giovane, manifestavano i loro dubbi come scontentezza, alimentando soltanto il turbamento già dominante nella vita del figlio.
Dentro di sé il cervello, sprofondando sempre più nel nero, voleva solo spegnersi, abbandonare tutto e sperare di non essere mai esistito: il suo più grande desiderio era che i suoi successi passati venissero archiviati e desiderava follemente di poter sbagliare, cadere senza essere giudicato e senza che i suoi errori venissero inutilmente amplificati. La voglia di imparare e di scoprire venne soffocata dalla necessità di non deludere gli altri. Chi era oltre ai bei voti e alla perfezione in ogni attività praticasse? Chi lo avrebbe sostenuto, apprezzato o voluto con sè se non si fosse dimostrato degno di tale affetto? La mente si svuotò di ogni gioia, di ogni conforto nello studio e nell’arte e iniziò a vedere solo nero, il nulla. Sembrava che quella personalità tanto solare fosse diventata soltanto una presenza vuota e grigia dipinta nel periodo blu di Picasso. Il cuore era bloccato e talmente soffocato dall’oscurità che lo circondava che ormai nulla poté più emozionarlo.
Schiacciato dal peso delle aspettative.
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