di Lisa Pinto

Passi. Sempre più vicini. Riecheggiavano nello studio popolato solo dai volti pallidi delle statue di marmo. E tra sguardi tormentati, corpi avvolti da drappeggi e strumenti sparpagliati a terra, seduto davanti ad una massa imponente coperta da un telo candido, attendeva un giovane. Pallido, tanto da non distinguerlo dalle proprie opere, spostò lentamente lo sguardo verso la porta che si spalancava. Entrò un uomo elegante, intermediario di un qualche cliente. Non si scomodò con inutili convenevoli, raggiunse il telo e lo strattonò lasciandolo cadere al suolo con un fruscio. Iniziò a farfugliare qualcosa sul blocco del più pregiato marmo in circolazione e sull’influenza del suo cliente. Il ragazzo, con lo stesso entusiasmo che avrebbe potuto avere un qualunque busto della sala, annuiva. L’unica parola colta dal monologo interminabile era “capolavoro”. Doveva essere il capolavoro della sua carriera. Una stretta di mano, poi l’uomo elegante, con la stessa frenesia con cui si era presentato, sparì.
Solo, nella desolata e brulla distesa di roccia, il giovane scultore si avvicinò al blocco monumentale. Sfiorò con la punta delle dita la superficie gelida, scorrendo su ciascuna venatura e scrutandone ogni centimetro. Sentiva l’anima di quel blocco implorare di essere liberata, di trovare la propria forma. Non necessitava di alcun bozzetto, il risultato era già impresso nella sua mente. Sarebbe stato il suo capolavoro.
Raccolse scalpello e martello. I primi colpi erano rapidi, precisi. Ad ogni movimento frammenti di marmo si infrangevano al suolo sollevando nubi di polvere fine e ricoprendo ogni superficie dello studio con un velo scintillante. Per ore il giovane perseverò nel tentativo di liberare la figura per riuscire ad intravedere il risultato che nella sua mente era chiaro.
Trascorsero giorni di lavoro ininterrotto e, finalmente, giunse il momento di raffinare i tratti grezzi e spigolosi della scultura. Colpo dopo colpo, ogni linea diventava più definita e sinuosa e lo sguardo dolce del soggetto iniziò a dominare i pensieri dello scultore. Ogni istante era impiegato a perfezionare il suo capolavoro. La cura dedicata all’opera diventò presto un’ossessione: i movimenti dovevano essere finemente calibrati e controllati, nessun errore era contemplato. Più la statua prendeva forma, più il giovane si sbriciolava, pezzo dopo pezzo.
La data della consegna si faceva spaventosamente vicina e l’insoddisfazione cresceva: l’opera non sarebbe mai stata perfetta. In una corsa contro il tempo, lo scultore si dedicò a limare e definire ogni irregolarità. Giunto agli ultimi dettagli, un colpo scheggiò il volto della statua, scavandone una cicatrice che, irrimediabilmente, demolì il giovane. Il suo capolavoro era distrutto e la disperazione prese il sopravvento. Abbattuto, il giovane girò attorno all’esile figura candida nella speranza di aver soltanto immaginato la crepa sul viso. Più osservava il suo operato e più ne scovava imperfezioni, irregolarità da appianare. La tentazione di vederle annullate era irrefrenabile. Con le mani che tremavano, colpì dolcemente la pietra, ma nulla riusciva a soddisfarlo. Continuò per ore a nascondere con vergogna i propri errori. Doveva essere un capolavoro, ma non lo sarebbe mai stato. Non poteva consegnare un’opera del genere. Ogni scalfitura nella pietra era un peso che lo schiacciava, una ferita che ne presagiva la disgregazione, finché l’angoscia non fu più sopportabile. Invece di un’oscillazione cauta, precisa e controllata, un movimento impetuoso e incontrollato sfregiò la figura. Lo sbuffo di polvere e il tonfo del marmo generarono un senso di liberazione e di leggerezza che mai aveva sperimentato. I colpi divennero sempre più violenti, incontrollati, liberatori. Attorno allo scultore si sollevò una nube densa, che avvolse l’intero studio. Appena la fitta nebbia si diradò, il giovane osservò il suo operato con uno sguardo più vivo che mai. Ai suoi piedi, in frantumi, il suo capolavoro.