La società incarna ancora perfettamente gli innumerevoli paradossi che da secoli la contraddistinguono accompagnandola nei suoi mutamenti.

Uno di questi ultimi riguarda la chiave maschilista con la quale da sempre ci siamo approcciati alla ricerca farmacologica.  A questa questione possiamo ricondurre il motivo che vede le donne detenere sì un’aspettativa più lunga di vita rispetto agli uomini, ma contemporaneamente anche il primato in termini di problematiche di salute.

Questo a causa della noncuranza e indifferenza con la quale ad oggi si continua a valutare e definire le necessità femminili, anche se di carattere biologico e quindi oggettive, a causa della poca considerazione sociale che spetta alle donne, al contrario di quella riservata al denaro,  punto cardine ed esclusivo del nostro interesse.

Le donne sono le principali utilizzatrici di farmaci.

Nonostante questa ormai sia una certezza, i trial clinici (sperimentazioni per verificare la sicurezza e l’efficacia dei farmaci) vengono condotti, in netta prevalenza,  per non dire quasi esclusione, sulla popolazione di norma giovane e di sesso, ovviamente, maschile. 

La biologia e la medicina dimostrano che il rischio, la prevalenza e l’incidenza, nonché l’espressione clinica, l’insorgenza, l’approccio terapeutico e la eziopatogenesi (studio delle cause e delle modalità d’azione) di una determinata patologia variano notevolmente a seconda del sesso.

Questa evidenza scientifica è motivata da numerosi fattori, uno di questi è la diversità fisiologica, in particolare enzimatica e ormonale, tra organismi femminili e maschili; considerando i cambiamenti di stato di fertilità e l’assunzione di anticoncezionali e/o estrogeni è intuitiva la comprensione della maggior difficoltà nello studio della risposta ai farmaci delle donne, a causa della non omogeneità dell’ipotetico campione selezionato.

Così l’arruolamento per condurre quest’ultimo diventa un privilegio riservato agli uomini.

Dovrebbe essere essenziale, invece, adeguare il dosaggio e la selezione dei farmaci (da sempre concepiti al maschile) alle esigenze proprie del sesso femminile.

Le donne, per esempio, pesano in media il 30% in meno degli uomini e presentano una maggiore percentuale lipidica corporea; ciò fa sì che l’assorbimento, la metabolizzazione e l’espulsione dei farmaci avvenga in maniera specifica e discostata dallo standard maschile.

La conseguenza è non solo una non valutazione della (mal) distribuzione dei farmaci idrofili (capace di legarsi, e quindi assorbire, H2O) nell’organismo femminile, ma anche che, a parità di dose, l’assunzione di principio attivo è superiore nelle donne.

Un altro aspetto da considerare è la possibile gravidanza, e quindi il possibile danno arrecato al feto a causa della sperimentazione, che scoraggia i ricercatori  intenzionati a colmare questo gap di conoscenze.

Va considerata, inoltre, anche l’azione dei fattori esterni che spesso influenzano l’evoluzione di una determinata malattia a seconda del sesso.

Un esempio pratico è il tumore del polmone, che insorge a causa del consumo di sigarette che, a parità quantitativa, provocano più facilmente la patologia nell’organismo femminile rispetto a quello maschile.

Questi fattori concorrono alla creazione di una macro-motivazione di carattere economico in quanto l’aumento dei costi nell’ambito della conduzione e del finanziamento della sperimentazione femminile è inevitabile.

La realtà è perciò che le case farmaceutiche sono frenate nell’investire sulla sperimentazione diversificata tra i due sessi,  l’arruolamento per i trial clinici è un privilegio riservato agli uomini e, quindi, in commercio vi sono farmaci introdotti anni e anni fa ancora mai sperimentati sulle donne.

Il risultato tragico è che queste ultime sono maggiormente esposte a effetti collaterali al momento dell’assunzione di farmaci, oltre che al riscontro di una minore efficacia di questi ultimi.

Appare lampante che la salute delle donne, in certi casi, non sia tra le priorità più rilevanti, se messa a confronto di Dio Denaro.

Stiamo vivendo nel XXI secolo ed è di vitale importanza l’introduzione di una nuova chiave di lettura interpretativa delle differenze di genere nell’ambito medico che consideri adeguatamente i cambiamenti delle politiche di prevenzione, di diagnosi e di cura, mettendo da parte, per una volta, l’interesse finanziario.

Questo per realizzarsi, però, deve essere accompagnato da un cambiamento sociale, un definitivo e oggi mancante riconoscimento di pari opportunità e necessità degli uomini e delle donne.

Questo, nonostante l’aumento dei costi e dei mezzi necessari, non è affatto utopico o irreale, basti pensare che unendo internazionalmente le forze e i finanziamenti si è stati capaci di ottenere in tempi brevissimi un vaccino contro il Covid.

A rigor di logica, quindi, un domani caratterizzato da una maggiore giustizia e considerazione della donna nella farmacologia (e non solo), non è poi così irrealizzabile.

Bibliografia

  • Comitato nazionale di bioetica, La sperimentazione farmacologica sulle donne, 2008;
  • Flavia Franconi, Simona Montilla e Stefano Vella, Farmacologia di genere, Torino, SEEd, 2010;
  • Letizia Gabaglio e Elisa Manacorda, Se la medicina dimentica le donne, in Scienza in corso“, 2011;