Fuocammare è un film diretto da Gianfranco Rosi. È arrivato nelle sale dei cinema italiani nel febbraio 2016 e fino a oggi ha vinto numerosi premi tra cui il prestigioso Orso d’Oro del Festival del Cinema di Berlino. Ha ricevuto a settembre l’ultimo riconoscimento quando è stato scelto come rappresentante dell’Italia per l’Oscar al miglior film straniero.
Il tema principale della pellicola è l’enorme flusso migratorio che ogni anno porta centinaia di migliaia di esseri umani ad attraversare l’Africa e il Mediterraneo per poi giungere sulle coste italiane. In particolare, Rosi, focalizza l’attenzione sulla difficile, possiamo dire drammatica, realtà che l’isola di Lampedusa sta eroicamente affrontando.
Potremo definirlo un film a tema sociale, ma il ritmo di narrazione, la sceneggiatura, e, più in generale, il modo in cui viene trattato il tema delle migrazioni lo differenziano da altri film di tale categoria.
“Non potevamo restare in Nigeria, molti morivano, c’erano i bombardamenti. Siamo scappati nel deserto; nel Sahara molti sono morti, sono stati uccisi, stuprati. Non potevamo restare. Siamo scappati in Libia, ma in Libia c’era l’ISIS e non potevamo rimanere. Abbiamo pianto in ginocchio: – Cosa faremo? Le montagne non ci nascondevano, la gente non ci nascondeva – ” L’odissea dei migranti è raccontata in un suggestivo coro, intonato dai rifugiati del centro di prima accoglienza di Lampedusa. Il travagliato viaggio si conclude inevitabilmente con la traversata del Mediterraneo, la parte del viaggio più temuta “… siamo scappati verso il mare. Nel viaggio in mare sono morti in tanti. Si sono persi in mare. La barca aveva novanta passeggeri… solo trenta sono stati salvati, gli altri sono morti. Il mare non è un luogo da oltrepassare. Il mare non è una strada da percorrere “ Conclude il coro.
Rosi non parla solo di immigrazione, racconta anche la storia di un normalissimo ragazzo di undici anni, Samuele.
Il film comincia proprio mostrandolo intento ad esaminare i rami di un pino, per selezionare quelli che diventeranno la struttura della sua fionda. Il suo hobby preferito è, infatti, simulare battute di caccia con il supporto della sua fionda.
Oltre a questo ci viene mostrato un Samuele che va scuola, svolge i compiti che il professore gli assegna, girovaga in bici insieme ai suoi amici e ama le pastasciutte ai frutti di mare che sua nonna gli prepara ogni sera con il pescato del padre. Ha anche un progetto per il futuro: vuole diventare un pescatore come suo papà e come la maggior parte degli adulti a Lampedusa.
Samuele fa un sacco di cose che qualsiasi ragazzo della sua età potrebbe fare. Samuele rappresenta tutte le persone appartenenti a una realtà legata alla tradizione e radicata nella cultura locale, persone che fino a pochi anni fa non immaginavano che sarebbero venute a contatto con un fenomeno di scala mondiale.
Questo incontro brusco viene provato sulla propria pelle prima di tutto dai soccorritori della Guardia Costiera, dai militari e dai medici, eroi che si impegnano a salvare e poi accogliere questi migrati. Un’azione che verrebbe istintiva fare a qualsiasi uomo, donna o bambino che si trovasse fisicamente difronte a grandi masse di esseri umani che hanno resistito a molteplici sofferenze grazie alla speranza di poter un giorno giungere vivi in Italia.
Rosi dà voce ad un medico mostrando tutto il suo lato umano: nonostante siano passati ormai anni, non riesce ancora a capacitarsi di ciò è costretto a fare. Autopsie di corpi segnati da terribili storie di dolore: donne incinte morte insieme al feto, corpi ustionati dalla miscela di benzina e acqua, uomini e bambini soffocati nelle stive.
Penso che Fuocammare sia un film che molti di noi dovrebbero vedere.
Non principalmente per conoscere le condizioni drammatiche dei migranti, non ne abbiamo bisogno, siamo spesso bombardati da reportage e inchieste. Ciò che differenzia l’opera di Rosi dagli scoop sensazionalistici sui centri di accoglienza, e in generale dagli altri film a tema sociale è la semplicità e l’onestà con cui viene raccontata la storia di Lampedusa. L’obiettivo non sta nell’indurre lo spettatore a prendere una posizione. Non vengono enfatizzati discorsi dei “protagonisti” non ce ne sarebbe stato bisogno, basta mostrare la semplice realtà per far percepire le giuste emozioni, per far sentire l’abbandono che prova Lampedusa.
Un’isola sempre più distante dal resto dell’Europa dove il tema dell’immigrazione è diventato uno dei più discussi e, di conseguenza, su di esso viene effettuata una violenta speculazione mediatica e politica. Tutto ciò impedisce di fatto alla maggior parte della popolazione di avere una giusta visione su un problema di queste dimensioni. Se ognuno di noi potesse assistere in prima persona a cosa accade a Lampedusa con l’onestà intellettuale e la semplicità dello sguardo che ci offre Rosi, forse nell’affrontare il tema delle migrazioni di massa renderemo quest’isola “meno abbandonata”.
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