di Carla Delle Vedove

“Ehi tu, dimmi il nome di un tuo amico, uno qualsiasi, il primo che ti viene in mente. Rosa Willinger, ottimo. Rosa Willinger è presente? Sì è proprio lei. Vieni cara, vieni, vai con gli altri.”
Molti ebrei di Budapest erano già stati caricati sul treno diretto ai campi di concentramento quando arrivò Giorgio Perlasca che, dichiarando di essere stato mandato dall’ambasciata spagnola, cominciò a chiamare i nomi di coloro che apparivano nella lista degli ebrei spagnoli e poi proseguì chiamandone altri di cui si faceva dire i nomi lì per lì. Il suo obiettivo era salvare il maggior numero di persone possibile, anche se questo comportava per lui un grande rischio. La storia di Giorgio Perlasca (Como, 1910 – Padova, 1992) è stata raccontata durante lo spettacolo teatrale tenutosi il 14 gennaio al Teatro Giovanni da Udine e intitolato Il coraggio di dire no, monologo interpretato da Alessandro Albertin. Durante tutto lo spettacolo l’attore, accompagnato soltanto da una scenografia costituita da due cubi neri, con grande versatilità ha interpretato una decina di personaggi, narrando così il periodo in cui Giorgio Perlasca è vissuto a Budapest. Alessandro Albertin ha deciso di interpretare Perlasca, suo compaesano, per raccontare il grande coraggio e l’umiltà che quest’uomo ha avuto nell’affrontare la Shoah in Ungheria.
All’inizio della Seconda guerra mondiale, infatti, egli, che aveva inizialmente aderito al fascismo, si era recato in Ungheria come incaricato d’affari con lo status di diplomatico per comprare carne per l’esercito italiano. Nel 1943, dopo l’Armistizio tra l’Italia e gli Alleati, si era rifiutato di aderire alla Repubblica Sociale Italiana ed era perciò stato internato e, dal momento che gli internati dovevano essere trasferiti in Germania, fuggì. Trovò poi rifugio presso l’ambasciata spagnola a Budapest: egli infatti aveva combattuto durante la guerra civile in Spagna al fianco di Francisco Franco e per questo aveva ottenuto un documento che gli consentiva di godere della protezione spagnola in qualsiasi momento. Ottenne così la cittadinanza spagnola con il nome di Jorge Perlasca, rimase presso l’ambasciata e iniziò a collaborare per salvare gli ebrei spagnoli dalla deportazione. Se però all’inizio aveva il sostegno dell’Ambasciata, in seguito questo venne meno, poiché l’ambasciatore Sanz Briz lasciò Budapest per non riconoscere il governo filo nazista. Da quel momento Giorgio Perlasca dimostrò tutta la sua umanità.

Potrebbe sembrare quasi impossibile che, per impedire le operazioni di rastrellamento degli ebrei, qualcuno abbia avuto il coraggio di fingere con le autorità naziste di essere il sostituto dell’ambasciatore spagnolo. Eppure è proprio ciò che fece Giorgio Perlasca. Per 45 giorni, infatti, egli riuscì a ospitare e sfamare migliaia di
ebrei ungheresi in case protette, salvandoli così dalla deportazione; finse di dover dare loro protezione in attesa di un viaggio verso la Spagna dove li attendevano alcuni parenti. Tutto questo fu possibile grazie alla legge Rivera del 1924, che concedeva la cittadinanza spagnola a tutti gli ebrei di ascendenza sefardita, ovvero di antica origine spagnola. Per Giorgio Perlasca sicuramente furono giorni difficili ed estremamente pericolosi, dal momento che si trovava costantemente in pericolo di vita per ciò che faceva. Questo però non gli impedì di dare tutto se stesso pur di salvare la vita degli altri. Riuscì infatti a portare in salvo ben 5218 ebrei ungheresi. Ciò che più colpisce di Giorgio Perlasca però è l’umiltà che lo caratterizzò fino all’ultimo dei suoi giorni: era consapevole di aver salvato la vita di moltissime persone, ma non se ne vantò mai. Ritenne di aver fatto soltanto il suo dovere, di essersi comportato nei confronti di altri esseri umani da essere umano, indipendentemente dall’orientamento politico e dalla religione. Antepose il bene dell’altro al proprio, senza chiedere niente in cambio, neppure i meriti per le sue azioni. Dopo essere tornato in Italia, infatti, non raccontò nulla a nessuno, neanche alla sua famiglia e alle persone a lui più vicine e preferì condurre una vita normale da uomo qualunque.
Soltanto molti anni dopo, la sua storia è stata portata alla luce da alcune donne ebree ungheresi che stavano cercando colui che le aveva salvate dalla deportazione. Grazie alla loro ricerca, la storia di Giorgio Perlasca divenne nota e in seguito egli fu nominato “Giusto tra le Nazioni”. I veri eroi non sono coloro che compiono grandi azioni per ricevere qualcosa in cambio. Sono coloro, invece, che non vogliono nulla, preferiscono stare
nell’anonimato e sono pronti a donare tutto, anche la loro vita, gratuitamente per amore e per rispetto. Sanno correre i pericoli più grandi pur di fare del bene e ritengono che questo sia soltanto il loro dovere in quanto esseri umani. Giorgio Perlasca, uomo definito come indimenticabile e dai modi gentili, è uno di questi eroi.