di Desiree Saccavini 3Alsa

A questa domanda rispondeva Pasolini con alcune considerazioni raccolte in Appunti e frammenti per il III canto dal libro La Divina Mimesis di Pier Paolo Pasolini (1965):

Non mi fu difficile accorgermi che in realtà tutta quella gente, lungo le strade del loro mondo di impiegati, di professionisti, di operai, di parassiti politici, di piccoli intellettuali, in realtà correvano come matti dietro una bandiera. Per le viuzze medioevali, o per le grandi strade burocratiche, liberty, o, infine, per i quartieri nuovi, residenziali o popolari, essi si agitavano trascinati – come pareva – dall’orgasmo del traffico o dei loro doveri: ma correvano dietro a quella bandiera. Si trattava, in realtà, di uno straccio, che sbatteva e si arrotolava ottusamente al vento. Ma, come tutte le bandiere, aveva disegnato nel suo centro, scolorito, un simbolo. Osservai meglio, e non tardai ad accorgermi che quel simbolo non consisteva in nient’altro che in uno Stronzo. 

Meditando, mi dicono, sull’Inferno

il fratel mio Shelley trovò ch’era un luogo

pressapoco simile alla città di Londra. Io

che non vivo a Londra ma a Los Angeles,

trovo, meditando sull’Inferno, che deve

ancor più assomigliare a Los Angeles.

Il poeta e intellettuale Pier Paolo Pasolini illustra l’analogia ritrovata tra l’Antinferno di Dante e la metropoli contemporanea: egli ha notato immediatamente che tutta la gente al centro dell’urbanizzazione (si parla di professionisti, impiegati, piccoli intellettuali) sta correndo dietro a una bandiera, proprio come gli ignavi danteschi, disposti in cerchio e con un ritmo molto veloce, seguono l’insegna. Andare nella direzione della bandiera diventa talmente importante che i doveri, ma anche i sentimenti, passano in secondo piano.
Pasolini trova infernale la vita metropolitana principalmente perché è caratterizzata da tanta frenesia e poca Ragione. In questo modo, un cittadino non riesce a rendersi conto di quello che sta facendo e aderisce inconsciamente a dei valori superflui, pertanto porta avanti una vita inutile, insignificante e mediocre. La stessa cosa, appunto, vale per gli ignavi danteschi, che non hanno più nessuno scopo, se non quello di rincorrere una falsa Verità. Questa tesi può essere sostenuta sotto altri punti di vista ancora più dettagliati e ora andiamo a vederli uno ad uno.
Prima di tutto, la pena infernale corrisponde alla vita metropolitana in ulteriori aspetti: la nudità morale degli ignavi è una situazione miserevole, infatti la più grande paura di un uomo dei giorni nostri è quella di rimanere nudi di fronte a tutti, mettendo in mostra le proprie paure e insicurezze. Inoltre, le punture di vespe e mosconi rappresentano gli stimoli delle passioni che in vita non animarono gli ignavi, allo stesso modo i cittadini non hanno nessuna sollecitazione a migliorarsi o a emergere, perciò non saranno mai ricordati.
Dal momento che il Vestibolo è inondato da strane lingue, pronunce contraffatte, parole di dolore, accenti di rabbia furiosa, voci acute e basse e suoni di mani percosse, esso presenta una forte analogia con la metropoli, anche questa ricca di rabbia, violenza e rassegnazione. Causa di tutto ciò è la mancanza di un punto di riferimento stabile e costante che possa conferire speranza e fiducia.
È evidente che gli ignavi sono incapaci di scegliere tra bene e male. In merito a ciò e stando al pensiero dantesco, chi non usa la ragione e la virtù è come se fosse “morto”. Di conseguenza, i cittadini che abitano le nostre metropoli sono tutti “morti”, non sanno se stanno facendo la cosa giusta e a dimostrarcelo c’è la loro indifferenza: se si rendessero conto di sbagliare, della presenza del male in loro stessi, cambierebbero e non continuerebbero a vivere così.
Risulta chiaro che la vita degli ignavi è oscura, senza onore, una vita miserrima che non finirà mai, come la vita dei cittadini, talmente noiosa e sgradevole che sembra non trovare una luce in fondo al tunnel.
Nonostante questo si potrebbe dire che se i cittadini vivessero in un modo così tanto ripugnante dovrebbero essere equiparati a dei peccatori e non a degli ignavi. E invece no: i dannati si potrebbero vantare di qualche merito, e cioè di aver avuto il coraggio, seppure volto al male, di agire contro la volontà di Dio, al contrario gli ignavi non hanno mai tentato di ribellarsi a qualsiasi potere superiore. Per di più, questi ultimi non hanno il privilegio e neppure la speranza della dannazione eterna, a cui invece hanno diritto i veri peccatori.
Potremmo anche affermare che alla fine dei conti la vita metropolitana è tranquilla e serena perché si è ormai formato un certo equilibrio tra le persone con le stesse “ideologie”, ma proprio come gli ignavi non sono accolti né nei cieli, per non rovinare la loro bellezza, né nel profondo inferno, perché i dannati si vanterebbero davanti a loro, anche gli abitanti della metropoli non riusciranno a confrontarsi con chi non aderisce agli stessi principi.
In conclusione, il paragone tra ignavi e cittadini risulta abbastanza esplicito, dati i numerosi aspetti che li accomunano, tant’è che, con poche ricerche, si possono ritrovare altre poesie dello stesso calibro del testo di Pasolini.
Confronti come questi ci aiutano a riflettere sul fatto che nella vita si deve pensare a ciò che si sta facendo e, al tempo stesso, prendere una posizione personale e determinata, altrimenti il rischio è quello di non distinguersi tra la folla e risultare anonimi.