di Elisa Marangoni 3D

L’Africa è stata la culla di grandi civiltà sin dall’antichità, ma non ha avuto uno sviluppo tecnologico pari a quello europeo e asiatico, e una serie di cause (il colonialismo, la disomogeneità sociale, l’ostilità ambientale e climatica, le difficoltà sanitarie e l’instabilità politica) ha ostacolato lo sviluppo di gran parte del continente, togliendo la possibilità di sfruttare le sue immense risorse naturali, idriche, forestali, minerarie ed energetiche, le quali sono mal distribuite sul territorio e, se vengono sfruttate, non coinvolgono la popolazione locale nel ricavo economico dell’indotto.

La situazione all’interno del continente è estremamente disomogenea, sul piano economico esso contiene 25 tra i paesi più poveri della Terra, ma anche nazioni, come il Sudafrica, con livelli di vita paragonabili a quelli occidentali.

Dall’inizio del XXI secolo la situazione economico-sociale dell’Africa è migliorata esponenzialmente e, in seguito a consistenti investimenti diretti esteri (IDE) e ad una maggiore stabilità politica, il ritmo di crescita economica del continente è tra i più rapidi al mondo, rendendolo fonte di interesse per numerose economie sviluppate, come gli Stati Uniti, la Francia, l’Inghilterra, ma anche per nuovi grandi investitori quali la Cina, l’India, la Turchia e la Russia.

Gli stati che storicamente hanno investito in Africa sono: gli Stati Uniti, con 57 miliardi di dollari di stock di investimenti, il Regno Unito (55 mld) e la Francia(49 mld), ma è particolarmente rilevante anche la Cina, il cui rapporto con il continente è recente, ma in continua crescita.

Accanto a questi colossi, altre economie emergenti come Sudafrica, Singapore, India e Hong Kong risultano tra i primi 10 investitori in termini di stock e anche l’Italia è un investitore importante, soprattutto nel settore energetico.

Anche se persiste il rischio che gli IDE rimangano ancorati allo sfruttamento delle materie prime e che le tipiche difficoltà africane ostacolino lo sviluppo, il dinamismo della popolazione, le prospettive di crescita demografica e la nuova area di libero scambio continentale (AfCFTA) prospettano un trend positivo.

Il settore di massimo interesse in Africa è chiaramente quello minerario: oro, diamanti e rame si trovano in Africa Occidentale e Australe; il petrolio viene estratto in tutta la fascia saheliana e in Egitto, Libia, e Sudan; e infine nella Repubblica Democratica del Congo si trovano giacimenti di coltan e cobalto, che sono estremamente richiesti nel settore tecnologico in quanto servono nella fabbricazione delle batterie. Inoltre sono numerosi i giacimenti di petrolio, oro, ferro, bauxite, rame, carbone, titanio, uranio e altri minerali non ancora sfruttati.

Così come i partner, però, anche i settori e le regioni di interesse sono mutati nel corso degli anni e infatti gli IDE, inizialmente diretti alle materie prime, sono coinvolti ora anche nello sviluppo di infrastrutture, industrie manifatturiere, telecomunicazioni e servizi finanziari e commerciali e, se prima si concentravano nei paesi ricchi di risorse come il Sudan, la Nigeria e l’Angola, ora puntano anche a paesi con mercati e consumatori promettenti come il Kenya e l’Etiopia.

Ora entriamo nel dettaglio per quanto riguarda gli investitori.

La Cina è tornata ad interessarsi all’Africa all’inizio del secolo e il suo stock di investimenti, pari a $60 mld nel 2018, contribuisce allo sviluppo complessivo del continente.

L’elemento distintivo della presenza del colosso asiatico in Africa è sempre stato il finanziamento diretto di opere pubbliche da parte dello Stato, ma negli ultimi anni l’approccio cinese è basato su investimenti di capitale che coinvolgono anche investitori privati e Pechino identifica ora il proprio contributo come finanziamento dello sviluppo economico basato sulle infrastrutture costruite, le tecnologie e la manodopera fornite e le opportunità economiche derivate dai prestiti. La Cina è anche il primo partner commerciale dell’Africa, con un valore complessivo di scambi di 204,2 miliardi di dollari nel 2018, importando combustibili, metalli e prodotti minerali ed esportando prodotti finiti e macchinari.

Anche la Russia, come la Cina, è tornata ad interessarsi di recente al mercato africano, ma con un approccio diverso. Putin ha infatti deciso di investire su operazioni militari, politiche e umanitarie e concentrarsi su settori economici di nicchia, ma redditizi quali le armi, i combustibili fossili e i minerali, riducendo investimenti e rischi al minimo.

Gli Stati Uniti sono stati per molto tempo i maggiori investitori in Africa, soprattutto nel campo minerario, ma il loro coinvolgimento è sempre stato incostante. Di recente, dopo due anni di assenza, la presidenza di Trump ha lanciato il piano “Prosper Africa”, in cui si impegna a sostenere la crescita della classe media e a migliorare le condizioni delle attività imprenditoriali.

L’Africa non è stata di particolare importanza strategica per la precedente amministrazione, che agì solo per contenere la presenza di Cina e Russia, ma il neoeletto presidente Joe Biden potrebbe cambiare approccio.

L’unione europea ha da qualche anno instaurato un rapporto di cooperazione e sviluppo sostenibile con l’Africa, sostenendo operazioni di pace e promuovendo sicurezza, democrazia e uguaglianza con lo scopo di potenziare le capacità e la stabilità del continente africano. L’UE ha inoltre presentato una nuova “Strategia per l’Africa” basata su cinque pilastri: transizione verde e accesso all’energia; trasformazione digitale, crescita sostenibile e lavoro; pace, sicurezza e governance; migrazione e mobilità.

Negli ultimi anni l’Italia detiene il primato come primo investitore europeo in Africa, con uno stock di 19,5 miliardi di euro nel 2019, rappresentanti il 4,3% del totale degli scambi commerciali tra l’Italia e il resto del mondo ed investiti principalmente in energia (petrolio e gas).

Dai primi anni 2000 molti paesi hanno inoltre lanciato dei programmi che hanno l’obiettivo di favorire il commercio, gli investimenti e la presenza diplomatica nel continente africano, oltre che per contenere l’espansione degli altri. I più significativi sono l’Opening to Africa Programme della Turchia, l’EU-Africa Summit, il Piano Marshall per l’Africa della Germania, l’AGOA statunitense e la Belt and Road Initiative cinese.

Gli investimenti e gli aiuti esteri sono certamente una grande risorsa per l’Africa, ma accanto ad essi nascono varie problematiche: innanzitutto cresce la necessità di un controllo più serrato dell’economia, dal punto di vista legislativo, in quanto gran parte dei costi sono sopportati dalle comunità locali, mentre la maggioranza dei profitti rimangono agli investitori stranieri o africani e alle multinazionali evitando di coinvolgere la popolazione nella crescita economica.

Inoltre, le materie prime del sottosuolo sono strettamente coinvolte in guerre e corruzione e, secondo una stima dell’ONU, circa 50 miliardi di dollari vengono inghiottiti ogni anno dai flussi finanziari illeciti che fanno capo a società offshore.

A destare ulteriore preoccupazione è la questione della sostenibilità dei debiti di diversi paesi subsahariani, soprattutto nei confronti della Cina, sospettata di essere artefice di una trappola del debito che la lega indissolubilmente ai paesi africani.

Nonostante il permanere di numerose sfide l’Africa è più ricca, più libera, e più capace che mai e molti paesi non africani si stanno impegnando per aiutare il continente a sfruttare il suo immenso potenziale di sviluppo, quindi non ci resta che aspettare per vedere l’evoluzione della questione.

Bibliografia