Ci hanno sempre mentito; l’abito fa il monaco, eccome se lo fa.
I vestiti che scegliamo di indossare proiettano, volontariamente o non, l’immagine di noi stessi che vogliamo esibire alla società.
In particolare i capi che vestiamo sono una diretta dimostrazione di quanto consapevoli siamo nel nostro ruolo di consumatori e soprattutto di quanto siamo coscienti in merito all’impatto ambientale che le nostre scelte giornaliere provocano.
Attualmente le dinamiche subordinate alla, non più sostenibile, cultura dell’usa e getta dominano l’industria della moda e si traducono con il termine “fast fashion”. Il fast fashion rappresenta quel settore dell’abbigliamento che mira alla realizzazione di abiti di bassa qualità, ispirati alle tendenze create dai marchi dell’alta moda, a prezzi notevolmente ridotti e con lo scopo di offrire più frequentemente possibile nuove collezioni. Le aziende di questo settore hanno come unica priorità il profitto e, mascherando le loro azioni come un tentativo di “democratizzazione della moda”, di fatto sono responsabili di un enorme quantitativo di rifiuti, inquinamento, spreco di risorse e sfruttamento di tutti i lavoratori coinvolti. La Commissione Economica per l’Europa delle Nazioni Unite ha rilasciato dei dati impressionanti relativi ai danni provocati da questo tipo di industria; in primo luogo è da sottolineare come il 20% dello spreco globale dell’acqua sia connesso alla produzione tessile di questa tipologia, in quanto, per rendere più chiare le idee, sono necessari 7.500 litri di acqua per produrre un paio di jeans, equiparabile all’acqua potabile mediamente necessaria per sette anni ad una persona. In secondo luogo le fibre tessili contengono sostanze chimiche che durante il lavaggio vengono rilasciate negli oceani e sono caratterizzate da decennali tempi di degradazione. L’organizzazione Union for Conservation of Nature and Natural Resources (IUCN) ha confermato che il 35% delle microplastiche presenti nei mari e nei corsi d’acqua proviene dal lavaggio dei tessuti e dagli scarichi delle industrie. In terzo luogo, ma non per importanza, il Programma ambientale delle Nazioni Unite ha comunicato come il “fast fashion” è responsabile del 10% delle emissioni globali di carbonio e della produzione di gas serra, la quale è diventata così elevata da essere maggiore di quella provocata dagli spostamenti aerei e navali di tutto il mondo. Infine va evidenziato come numerosi marchi basino la loro corsa alla massima rendita, facendo una delocalizzazione della produzione in quei paesi dove è garantito il basso costo della manodopera; i lavoratori di queste fabbriche non vengono tutelati da norme di sicurezza e di igiene di nessun tipo, inoltre i tentativi di ribellione a questo disumano sistema, per progredire verso un miglioramento delle condizioni e del salario, sono utopici.
Il trinomio acquisto-consumo-butto è giunto a recitare nella nostra epoca un ruolo da protagonista e l’unico modo per contrastarlo è la consapevolezza comune. Noi consumatori siamo i propulsori stessi di queste dinamiche, in quanto ne siamo parte integrante e se la produzione sta lievitando è proprio a causa della nostra sempre più frenetica domanda. Siamo noi a decidere cosa i brand dovranno produrre e come. Iniziamo allora a chiederci che cosa stiamo comprando, a ricercare materiali a basso impatto ambientale, ad allungare la vita media dei nostri capi e ad acquistare solo ciò che è veramente necessario, magari di seconda mano. É necessario impegnarsi a diventare promotori di un’economia circolare, riducendo al minimo gli sprechi e imparando a dare più valore a ciò che si possiede, evitando accumulazioni frenetiche e compulsive. Possiamo iniziare a fare la differenza oggi stesso, i mezzi i abbiamo; sta solo a noi metterli in campo.
SITOGRAFIA
- https://www.united.nation
- https://www.aduc.it.
- https://www.ilsole24ore.com
- https://dressthechange.org
- https://www.vestilanatura.it
- https://www.focus.it
- https://www.lifegate.it
- https://www.grey-panthers.it
- https://www.youtube.com/KristenLeo
- https://www.youtube.com/CanalediVenti
- https://www.youtube.com/TED
Scrivi un commento