di Sara Dominissini e Sofia Tosoratti

Mi sembra paradossale cominciare questa lettera con l’espressione “Caro dca*” perché a posteriori sono in grado di affermare che la connotazione “caro” proprio non ti si addice, ma è questo il modo in cui di solito si comincia una lettera e chi sono io per storpiarlo? Nessuno, appunto, quindi…

Caro dca,

sei arrivato nella mia testa all’improvviso e, come niente fosse, senza chiedere il permesso a nessuno, hai schiacciato tutti i miei pensieri così da sgombrare spazio nella mia mente e concedere dello spazio solo e unicamente per te. È innegabile che in principio quasi mi stavi simpatico, mi regalavi una inedita sensazione di potenza e autorità su me stessa, come se finalmente qualcosa fosse sotto il mio pieno controllo, tale da farmi sentire come se nessuno, mai e poi mai, avrebbe potuto privarmene. Sfortunatamente solo il tempo, le cicatrici e le sconfitte mi hanno permesso di apprendere invece che il controllo non l’ho mai deteso io, ma tu. Mi hai ingannata, mi hai fatto credere che ciò che stavo facendo mi avrebbe aperto le porte per imboccare la strada della serenità, dello stare bene; mi hai fatto credere che questa fosse l’unica, esclusiva e irrinunciabile modalità per fare pace con me stessa e che tu saresti stato il mezzo per rimettere ordine nella mia vita che stava andando a rotoli. Mi hai legato brutalmente a dei fili con i quali poi hai indisturbatamente condotto il tuo gioco spietato dove io, la tua marionetta, mi autodistruggevo inerme. I mesi passavano ed io, senza accorgermi di nulla perché avevo gli occhi troppo offuscati dalla scia di dolore che trasportavi, diventavo sempre più fragile ed esausta, come se lentamente tu avessi prosciugato la vita che prima del tuo arrivo animava il mio corpo e la mia anima; eppure non ti sei piegato dinanzi alla mia sofferenza, hai continuato impietosamente a convincermi che se avessi silenziato la tua voce, se avessi cessato di darti ascolto, sarei stata ancora peggio.  Trascorrevo le giornate ad assecondare l’assordante rimbombo dei pensieri nella mia testa, incapace di dare attenzione allo scorrere della vita intorno a me.   Non mi accorgevo che nel frattempo mi stavi precludendo al mondo esterno, racchiudendomi in una bolla che, nutrendosi delle mie forze, diventava sempre più resistente e impenetrabile, tanto che nemmeno i miei amici e la mia famiglia (impotente davanti al macabro spettacolo che mi stavi costringendo a interpretare) erano capaci di decifrarne il codice di accesso. Proprio tu, tra l’altro, hai plasmato anche il mio carattere perché, non essendo più capace di provare vere emozioni, mi hai trasformato in un mostro insensibile, ingrato e capace solo di trascinare nell’oblio insieme a te le persone che mi stavano a fianco. A causa tua ho dimenticato l’effetto che fa il suono squillante di una risata improvvisa, quello rassicurante di un sorriso sincero, la sensazione di commozione precedente a un pianto, poiché le uniche lacrime che mi concedevi erano quelle per punirmi dei bocconi di troppo. Con il tuo arrivo la mia testa si è divisa in due fazioni in guerra: una delle due incarnata da te, l’altra interpretata dalla mia corruttibile e precaria parte razionale. Quest’ultima riusciva per un attimo a sopraffare la prima solamente durante l’apparentemente infinito arco di tempo corrispondente alla notte, quando, prima di arrendermi sfinita al sonno, ripetevo a me stessa “da domani basta, non le do più ascolto”. Mi duole tuttavia raccontare che sistematicamente, la mattina successiva, la chiave resiliente e speranzosa che aveva contraddistinto i miei pensieri la sera precedente si dissolveva, sconfitta dalla voce nella mia testa che recitava con freddezza come un mantra: prendi la bilancia, pesa il cibo, conta le calorie, restringi, non te lo meriti. È trascorso molto tempo ma ripercorrere queste sensazioni è doloroso tanto quanto lo è stato viverle. Come se fossi un superstite intento a far riaffiorare nella propria memoria le scene di guerra impresse con un tratto indelebile dentro di me.

È trascorso molto tempo e guardando al passato io non mi riconosco. Non ritrovo nulla di me in quel corpo logorato, in quegli occhi vuoti. La verità è che la vita prima o poi ti pone di fronte la cruda realtà dei fatti e tu a furia di sbatterci contro, imparerai a sopprimere le bugie raccontate dalla voce nella tua mente. Inaspettatamente arriverà il giorno in cui imparerò ad accettare il mio corpo e ad apprezzarlo non per il modo in cui appare bensì per tutto ciò che è in grado di fare. Tornerò a essere la protagonista della mia vita, ricominceró a ridere, a dimenticarmi del contorno perché sarò troppo presa dal presente che sto vivendo per pensare ad altro; riinizierò a commuovermi, a emozionarmi e a innamorarmi. Restituirò dignità alla mia persona. Perché è una battaglia lunga, faticosa e a tratti massacrante, ma la vittoria è un diritto esclusivamente mio e non tuo.

Caro dca,

sento la tua voce nella mia testa sempre più ovattata, ci tenevo a fartelo sapere. Non mi appartiene ancora il privilegio di poter dire di aver eliminato ogni tua traccia dalla mia vita ma il cammino per il raggiungimento di questo obiettivo l’ho intrapreso e inizio a vedere in lontananza il traguardo. Ho scoperto di avere intorno persone disposte ad avere cura di me e a garantirmi affetto indipendentemente dal grado di gracilità e debolezza del mio corpo. Perché non sono una taglia, non sono un numero su una bilancia e non sono un disturbo alimentare. Tutto questo descrive unicamente te e, ormai, i nostri confini non combaciano più.

(*)I DCA o Disturbi del Comportamento Alimentare sono una categoria di patologie connotate dall’alterazione delle abitudini alimentari, che si riflette sia nelle modalità di assunzione che nella quantità e qualità del cibo introdotto. Se da un canto queste patologie conducono a pericolosi danni all’organismo di chi ne è affetto, al contempo ancor più terribile è la manifestazione di profondo disagio e sofferenza perdurante che fa da padrona durante qualsiasi momento del giorno. Nonostante la prevalenza di questo disturbo sia di tipo femminile è sbagliato presumere che anche individui maschi non si possano ritrovare a lottare con queste malattie. Osservando quanto riportato  dal Ministero della Salute, l’anoressia nervosa e la bulimia colpiscono circa 10/100.000 persone tra le donne e 1/100.000 persone tra gli uomini ogni anno. I DCA affondano le loro radici in un profondo stato di dolore e spesso risalgono a problematiche la cui genesi concerne un evento, o più eventi, traumatici. A causa di ciò, secondo le parole di Laura Dalla Ragione, direttrice del Centro disturbi del comportamento alimentare di Todi, riportate nell’articolo dell’ANSA del 13 novembre 2020, nel corso di quest’ultimo anno di pandemia i casi sono dilagati e l’aumento stimato è pari al 30% rispetto al periodo prepandemico ed ha sempre più incidenza nella fascia di popolazione compresa tra i 15 e i 25 anni. Va sottolineato che non sempre il principale e cardinale motivo che scatena queste patologie è legato al desiderio di raggiungimento di un certo prototipo di corpo idealizzato;  rifiutare il nutrimento equivale a rifiutare la vita stessa e a tentare di comunicare una carenza affettiva attraverso un “gioco” estenuante di dolore, autodistruzione e restrizione. La lettera iniziale riporta la sofferenza che accompagna quotidianamente chi si ritrova, non per scelta personale, a convivere e combattere con queste patologie. L’intento è quello di contribuire al radicamento di un pensiero essenziale: i DCA sono le manifestazioni di una crisi individuale e di un disagio profondo e relegarli ad una mera ricerca di attenzione o ad un comportamento “capriccioso” è fatale. Queste patologie non hanno un genere, un’età o una taglia specifica; è fondamentale che, in un periodo di fragilità come quello che stiamo affrontando, si ponga attenzione ai campanelli d’allarme che suggeriscono l’avvento di queste malattie e mettere in campo tutte le forze che si possiedono per aiutare chi, vicino a noi, le sta sperimentando in prima persona.

Sitografia