di Lisa Pinto
Quando ancora non si scorge il sole tra i palazzi, ma soltanto qualche nuvola rosata si distende nel cielo anticipando la bella giornata, tutto tace. La città non freme, il viavai di pendolari impazienti non è ancora iniziato. Nella quiete una figura avanza con la premura che non appartiene ai pochi passeggiatori mattinieri. Una valigia stretta in una mano ed un biglietto nell’altra, si insinua come una folata di vento tra i vicoli della città. Il cammino irrequieto la conduce a fermarsi davanti ad una porta a vetri. Una volta dischiusa, davanti ai suoi occhi si distende un microcosmo: la stazione ferroviaria. Con ormai il silenzio dell’aurora alle spalle, la viaggiatrice prosegue verso il proprio binario. Gruppi di amici entusiasti, viandanti esperti e turisti ingenui si mescolano in un formicaio di persone che vagano rumorosamente per la stazione nella speranza di non perdere il proprio treno.
Scese le scale e attraversato l’infinito corridoio che la separa dalla sua meta, la donna torna finalmente all’esterno, nella tranquillità. Il sole sta pigramente iniziando la nuova giornata, tingendo l’orizzonte di arancio pallido. La viaggiatrice si lascia scivolare su una panchina arrugginita e attende. Non può fare altro se non aspettare. Aspetta il suo treno. Aspetta il nuovo giorno. Aspetta una svolta. Ma non è la sola ad essere in attesa. Accanto a lei siede un’altra figura.
Un uomo dallo sguardo logoro osserva regolarmente l’orologio da polso, come se scrutandolo più intensamente il tempo potesse scorrere con più rapidità. Si alza, passeggia avanti e indietro, sbuffa e controlla attentamente che il binario sia proprio il suo. E così, per interminabili minuti, oscilla tra la disperazione e la crisi più profonda. Intorno a lui scorrono flussi di pendolari e viaggiatori entusiasti e ognuno di loro raggiunge il treno che li porterà verso la propria destinazione. Ma della sua partenza non si ha notizia. Quel viaggio è l’unico ostacolo che lo separa dall’opportunità lavorativa della sua vita e non può permettersi di lasciarla fuggire davanti ai suoi occhi; deve salire su quel treno. Però ormai dall’orario di partenza è trascorso troppo tempo: magari il biglietto indica il binario sbagliato, oppure il viaggio è stato annullato e lui non ha sentito l’annuncio. È tardi e non può più perdere altro tempo prezioso. Ha mandato in fumo la sua unica possibilità. Nauseato dal suo fallimento, raccoglie con rabbia velata di delusione la valigetta e, per inerzia, si trascina verso le scale che, una manciata di minuti prima, aveva percorso con la fiducia di chi sa di essere ad un passo dal successo. Avviandosi verso la sua vita ordinaria, il biglietto del treno scivola dalla tasca del cappotto e, volteggiando, atterra ai piedi della ragazza seduta sulla panchina. Lei lo raccoglie e lo tende all’uomo dal viso affaticato, ma lui, affranto, le risponde che può anche buttarlo perché ormai non servirà più a nessuno. E poi scompare, lungo le scale e il tetro corridoio.
Il binario è deserto. L’ultima viandante in attesa è proprio la giovane, ora con due biglietti stretti tra le mani. Proprio quando sta per accartocciare quello ricevuto pochi istanti prima, uno stridio e una ventata d’aria indicano l’arrivo di un convoglio. Nemmeno il tempo di voltarsi e incamminarsi verso un vagone, che davanti ai suoi occhi appare un secondo treno. La donna confronta i numeri sul tabellone con quelli sui suoi biglietti. Coincidono.
La decisione pare elementare, perché mai abbandonare il proprio tragitto per una strada con una meta ignota? Razionalmente è illogico: come avrebbe agito una volta raggiunto l’arrivo, come avrebbe spiegato la situazione a chi la attendeva all’altra stazione e come sarebbe tornata a casa al termine del viaggio improvvisato? Nulla le vieta di gettare il biglietto nel cestino e proseguire per il suo cammino senza rimorsi.
Ma se fosse stato destino che quel biglietto giungesse a lei? All’uomo che l’ha lasciato è scivolata una possibilità tra le mani e, magari, sarebbe successo lo stesso anche a lei se non avesse colto l’opportunità di salire su quel treno. Magari era un richiamo della vita a rompere gli schemi imposti dall’ordinario e a vivere un’esperienza insolita.
La donna accartoccia l’unica certezza che aveva avuto fino a quel momento: una volta accomodata al suo posto, osserva il sole splendere tra i palazzi, mentre si allontana dalla città sul treno delle occasioni perse.
Scrivi un commento